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LEGGI I RACCONTI DI VIAGGIO CON UOMINI CHE…

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Diario di viaggio – appunti dalle presentazioni di Uomini che odiano amano le donne 

17 marzo 2013

Si comincia con Torino, alla libreria Trebisonda, in San Salvario, il 5 marzo: una presentazione ‘rubata’ che si innesta una sera prima di quella ‘ufficiale’ al palazzo comunale. Sorpresa: c’è una buona parte della classe universitaria del corso Donne e politica dell’università. Due ore belle dense sul divano librario con Federica Tourn: saletta piena, con un pezzo finale della conversazione che verrà filmata e messa on line l’indomani. Il giorno dopo, 6 marzo, ancora Torino, con l’assessora SpinosaMario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan di Uomini in cammino: la sala è popolata anche da un attento pubblico maschile (da Pinerolo sono venuti in 10!), ci sono anche facce giovani e l’accoglienza è calda. Mi rimetto in treno verso la Lombardia, e nel clima che sembra ancora quello del pieno inverno mi immergo nella provincia lombarda con Eleonora Bonaccorsi, l’editrice di Letteralmente femminista. Eccomi alla biblioteca di Cernusco Lombardone: in attesa del pubblico sposto le sedie per disporle in cerchio con la  timida e discreta sindaca del piccolo comune, prima di scoprire che è proprio lei. La saletta si popola di famiglie, ci sono anche ragazzine con la mamma, coppie di insegnanti, molti uomini, l’infaticabile Luciano Bertoldi, sostenitore di Punto rosso. Anche qui le domande e gli interventi vertono soprattutto sulla devastazione culturale operata dal ventennio, trapela nemmeno tanto velatamente l’apprensione per l’incertezza delle persone adulte verso le giovani generazioni: ce la faranno, che la faremo a uscire dal pericoloso gorgo degli stereotipi sessisti? A Piacenza, 8 marzo, sono ospite di Stefania Cherchi del gruppo Il pane e le rose, alla Camera del lavoro, con Sandro Bellassai di Maschileplurale. Non è una presentazione del libro, ma l’argomento è molto vicino. In occasione della giornata internazionale delle donne la scelta del gruppo piacentino è di rivolgersi agli uomini: per uscire dalla violenza sono loro, si sostiene, che devono riconoscere il loro genere come quello che storicamente confonde desiderio e possesso. Per spezzare questa confusione gli uomini devono ripartire dal loro corpo e della loro sessualità. Impresa non facile, ma necessaria. Una piccola pausa e poi la discesa verso Roma, il 12 marzo. Lì mi attendono, alla Casa internazionale delle donne, Claudio Vedovati, vecchia conoscenza di Maschileplurale, e lo scrittore Giampaolo Simi, autore dell’intenso La notte alle mie spalle, che non conoscevo e che incontro per la prima volta in questa occasione. Entrambi sono presenze intense: Claudio afferma che uno dei nodi del maschile è quello di non essere stato capace, a differenza delle donne, di pensarsi come genere, e quindi di non avere uno sguardo storico sul proprio genere. E’ colpito, dice, della quasi assoluta assenza da parte degli uomini che hanno risposto di consapevolezza della propria potenzialità paterna, quando si ragiona di sessualità e virilità. Simi racconta del perché abbia scritto un libro così doloroso sul femminicidio: un giorno di pochi anni fa, a tavola e a famiglia riunita, la sorella che lavora in ospedale raccontò di essere rimasta sconvolta nell’aver visto il corpo di una donna, uccisa a botte dal marito. Il 14 marzo è la volta di Ciampino. Laura Varlese, amica di Marea e una attivista del gruppo Città attiva a Ciampino ha organizzato una presentazione molto giovanile al bar dei laghi. È presente il più giovane spettatore di questa parte di presentazioni: Michele, figlio di Mario, ha appena un anno, e gorgheggia in sottofondo.  

Ma ben presto, dopo una prima risposta alle domande poste da Laura e Lorenzo Natella, un altro suono arriva a interrompere il dibattito: una donna sui trent’anni irrompe in sala urlando, chiaramente in stato di shock. Grida che non ne può più, che di nuovo, come poche ore prima nella mattinata, un uomo che la perseguita ha cercato di investirla con la macchina. “Ho già fatto due denunce, questo viene sotto casa, ora ha cercato di mettermi sotto con la macchina,  mi ha preso la bicicletta. A cosa serve che io lo denunci? Tanto quello prima o poi mi ammazza, non frega nulla a nessuno.”  La donna va in iperventilazione, la soccorriamo, i due giovani titolari del bar mi sorprendono per la loro gentilezza e delicatezza nei suoi confronti, la confortano e sostengono. Tutte le persone presenti si danno da fare, c’è chi chiama i carabinieri, (che non verranno mai) chi cerca di contattare il centro antiviolenza, chi telefona alla polizia che invece finalmente arriva. Non è facile convincere i due poliziotti che si tratta di violenza maschile contro questa donna, che pure è conosciuta per aver già segnalato lo stalker, noto nell’ambiente della droga: come spesso succede le forze dell’ordine insistono sul fatto che non ci sono segni visibili di violenza, e quando nel racconto arrivo al punto in cui cito la sparizione della bicicletta uno dei due sbotta: “Ecco, allora è rapina”. Ho uno scatto di nervi, del quale mi pento subito, ma ormai è fatta. Comunque, dopo un po’ di spiegazioni con i poliziotti e un colloquio con una operatrice del centro antiviolenza  la donna viene riaccompagnata dalla polizia a casa. La presentazione riprende, sono soprattutto Lorenzo e Mario a prendere la parola: i due giovani uomini condividono le contrastanti emozioni provate, si parla dei ‘discorsi da bar’ dei maschi, nei quali dietro l’apparente leggerezza si potrebbe annidare il bisogno di confronto e di scambio sui sentimenti e sulle emozioni, ai quali per educazione e pregiudizio non sono avviati, al contrario delle femmine. Si parla di paternità, dell’assenza di modelli positivi, e della solitudine dell’essere uomo, giovane e padre. Di sfondo c’è l’irruzione della realtà brutale di poco prima, quella che spesso si legge solo sul giornale. Con tutto il suo portato di sofferenza e di rabbia quella parentesi nel pomeriggio di scambio e incontro politico rafforza la convinzione che si debba essere sempre più coscienti che la violenza sulle donne non è lontana, ma è vicina, vicinissima, e ci vuole un attimo perché diventi femminicidio. Riconoscerla, fermarla, fare argine contro di essa, sin dai primi sintomi, che spesso si annidano nel linguaggio e nella sottovalutazione del sessismo, è urgente, necessario, un imperativo in ogni comunità.

Diario di viaggio2 – appunti dalle presentazioni di Uomini che odiano amano le donne

In viaggio dal 21 marzo all’11 aprile

E’ banale, ma quanto è vero che nemo profeta in patria! La presentazione più temuta è quella nella tua città d’origine, nel mio caso la difficile e chiusa Genova: il luogo dove ho fatto i primi passi nella politica delle donne, che ormai ha accumulato oltre 5 lustri di attivismo, nel quale convivono con fatica alcune relazioni politiche e personali collaudate e feconde accanto alle molte cariche di delusioni, ferite e amarezze. 

L’occasione non facile riserva però la sorpresa di una grande partecipazione e di un bel dibattito: la garbata lettura del valore d’uso del testo da parte della assessora Fiorini, il commento dal registro quasi intimo e molto personale di Luca Borzani e la sferzante e provocatoria verve di Francesco Pivetta (che è anche autore della intensa postfazione): tutto questo ci tiene in sala ben oltre l’orario di chiusura previsto.

E archiviata Genova di nuovo a Roma: l’appuntamento alla biblioteca Borghesiana il 25 marzo è un inaspettato viaggio verso un posto che non ha nulla a che fare con la capitale. 

Il quartiere dove il mio amico, eroico e appassionato bibliotecario Silvio Cinque ha costruito questo avamposto di frontiera della cultura è quello dove, oltre 20 anni fa, il piccolo Alfredino Rampi trovò la sua assurda morte, perché nessuno aveva coperto la sommità di un pozzo. Passo accanto a Vermicino, così si chiama il luogo di quella tragedia, che fu filmata in diretta dalla Rai e tenne tutta l’Italia incollata alla tv fino alle prime luce del nuovo giorno, e ho i brividi. 

La biblioteca è bellissima, con una sala gratuita per la navigazione in Internet, una dove si insegna italiano per migranti, un’altra dove ci si può riunire, vedere film e documentari. Con mia grande sorpresa il pubblico è di soli uomini, pochi ma molto attenti. 

E’ sempre sorprendente come, partendo dalla traccia che offro raccontando come e perché è nato il libro, si dipanino strade di riflessione inaspettate e ogni volta inedite.

Non so come siamo a discutere di famiglie omosessuali: uno dei presenti si lancia in una difesa del primato eterosessuale. 

I bambini e le bambine, sostiene, non possono essere educati in modo giusto da due persone dello stesso sesso. Nemmeno l’obiezione che molto più spesso risulta dannoso l’esempio di una convivenza infelice, e spesso problematica se non talvolta violenta, tra un uomo e una donna, come nella famiglia etero d’ordinanza, fa vacillare la sua convinzione, 

Tutti, come anche alcuni lettori nelle loro risposte al libro, confondono poi la violenza con l’aggressività, e rinnovano, in chiave difensiva rispetto alla violenza maschile, la difesa ‘di categoria’ contro le donne che sì, sono meno capaci di fare male ad un uomo fisicamente per impedimenti legati ai muscoli, ma quanto male psicologico sono capaci di infliggere. 

Mi accorgo che in sala ci sono uomini che in questo momento sono in sofferenza, rispetto alla relazione con una donna in particolare, e si fa fatica a non confondere il piano personale con quello politico e più generale. Se poi si considera che culturalmente gli uomini sono quasi del tutto analfabeti emotivamente, specialmente nella condivisione pubblica di riflessioni sul corpo e sulla sessualità, capisco che stiamo parlando lingue reciprocamente incomprensibili. Ci vorrà tempo.  

Tre giorni dopo mi accoglie la bella sala del museo di Casale Monferrato: resto senza parole quando arriva un intero gruppo di giovani scout, accompagnati da Elena Sassone, veterana scout, anche lei in divisa. 

Le pur belle considerazioni che facciamo tra adulte con Franca Nebbia, collega della Stampa, non valgono gli sguardi attenti e curiosi  di queste ragazze e ragazzi, che divorano il pandolce portato da Genova e non dicono nulla, ma ascoltano con attenzione e garbo. Non è forse ancora il momento, e il luogo, di parlare, per loro.

Ma la semina è comunque avvenuta, aspettiamo.

Da oggi fino al 20 aprile si conta il tempo che intercorre prima del debutto della piece teatrale tratta dal libro. 

Il titolo è Manutenzioni – uomini a nudo, un atto unico pensato insieme a Laura Guidetti Ivano Malcotti, regista e autore teatrale da anni impegnato nel teatro sociale e politico. Di per sé solo il fatto di essere coinvolta in un contesto teatrale essendone protagonista e non spettatrice è in assoluto per me la prima volta, e ancora non ci credo. 

Non solo non sembra di stare in Liguria, ma nemmeno in Italia: il gruppo degli Agitatori Culturali Inquieti Gian Dei Brughi, che operano a Sussisa, piccolo paesino a venti minuti da Genova, è composto di donne e uomini così disponibili, creativi e aperti da farmi dubitare sull’esistenza di una dimensione parallela, una sorta di varco spazio/temporale che si è parto proprio qui. 

Gli Agitatori hanno coinvolto nel progetto la Proloco di Sori e la Società di Mutuo Soccorso di Sussisa che ha messo a disposizione il salone della propria sede nella quale il 20 aprile alle 21 gli attori non professionisti Giovanni Ghezzi, Anteo Lenzi Lanfranco e gli Agitatori Culturali Irrequieti: Giotto Barbieri, Rodolfo Decleva, Augusto Forin, Ivano Malcotti, Mirco Pagano, Floriano Robello, Tiziano Robello, Valerio Robello, Mattia Siri, Sergio Siri daranno vita alla pièce.

Uno straordinario e divertente esempio di sinergia tra teatro spontaneo, attivismo culturale e femminismo, che per la prima volta mette in gioco parole di uomini, tra il serio e il faceto, per provare a ragionare pubblicamente di sessualità, violenza maschile, pornografia, relazioni tra i generi. 

Si cercherà di filmare tutto, (prove comprese) per mostrare anche a chi non sarà alla prima cosa diavolo saremo riuscite e fare. Che momenti, e come si dice, merda, merda merda!

Diario di viaggio3 – appunti dalle presentazioni di Uomini che odiano amano le donne – virilità sesso violenza.

In viaggio dall’11 al 20 aprile (con la prima della piece Manutenzioni – uomini a nudo)

Alessandria,l ’11 di aprile, mi accoglie al solito piovosa, ma il clima non scoraggia oltresettanta persone, che si ritrovano nella bella sede della Ristorazione sociale. 

Con me c’è Francesco Pivetta, che ha scritto la postfazione di Uomini che.. e a presentare la serata anche Claudia Deagatone, compagna di strada nell’avventura di Altradimora.

Il posto dove siamo per la serata è circondato da orti zuppi d’acqua, pieni di promesse in boccio, ed è organizzata dall’associazione Tessere le identità e dalla compagnia teatrale Stregatti: l’occasione porta con sé la sorpresa di una prima lettura pubblica strutturata di parti del libro;due attivisti dell’associazione scelgono di dare voce alle riposte più brevi, quattro per domanda.

Succede sempre così: quando si legge un testo questo si riscrive un’altra volta, assume un diverso aspetto, si arricchisce di nuove e inedite sfumature, e la sensazione che provo è proprio questa: sorpresa e quieto spaesamento. Il libro, in questi tre mesi di prime presentazioni e occasioni pubbliche, ha preso vita autonoma e direzioni inaspettate. 

Le persone sedute ascoltano nel buio le voci di uomini che interpretano i pensieri di altri uomini, e i dubbi, le incertezze, i dolori, le amarezze e le scoperte che compongono, (e che sono la struttura del libro), diventano allo stesso tempo poesia, denuncia, vincolo.

Porto qui l’immagine visiva con la quale mi piace racchiudere uno dei significati del libro: è concentrata nella scritta sul muro di un palazzo, vista passando in autobus a Genova: “Basta fatti, vogliamo promesse”.

E’chiaramente un ossimoro, e per questo funziona: se infatti è tremendamente vero che i fatti ci consegnano un rosario di dolore e violenza nelle relazioni tra donne e uomini allora questi fatti non li voglio. Sono, siamo, in cerca, almeno, di promesse, promesse di un possibile, qui e ora, cambio di rotta. Questo inedito gesto di relazione e dialogo, fatto di parole e emozioni, che ha dato vita al libro, ne è, spero, un piccolo pezzo.

E veniamo al 20 aprile, la data della prima della piece teatrale Manutenzioni – uomini a nudo, l’atto unico costruito insieme a Laura Guidetti e Ivano Malcotti.

La conferma della felice intuizione che abbiamo avuto, (sull’iniziale suggerimento di Francesca Sutti, nostra web mistress e attrice), nel decidere di mettere mano al materiale del libro e ricavarne uno spettacolo teatrale è venuta a febbraio quando, in meno di un mese e mezzo, abbiamo costruito la piece. 

Il testo si è infatti praticamente scritto da solo: è bastato immaginare le situazioni concrete nelle quali immettere le varie gradazioni di impatto emozionale del contenuto del libro. 

Il tavolino di un bar; due ping pong verbali; due monologhi; due momenti corali di lettura dei cinque uomini che prendono la parola, un momento introduttivo e uno di chiusura dell’unica voce femminile; il cerchio della fiducia, la pratica di affidamento che spesso propongo nei gruppi di formazione per introdurre elementi fisici e di contatto che stimolino la riflessione su corpo, tabù, aspettative nelle relazioni. Si forma un cerchio stretto di corpi, una persona si mette al centro e si lascia andare, affidandosi al sostegno delle altre persone, che la sospingono e impediscono che cada.

Sono bastate tre prove a formare il gruppo attoriale, (oltre a me cinque uomini, dei quali tre sconosciuti prima di questa occasione e che mai avevano calcato las cena) che il sabato sera del 20 aprile, nella sala della Società di mutuo soccorso di Sussisa, piccolo paesino sulle alturedi Sori, a 20 minuti da Genova, hanno dato vita alla piece Manutenzioni – uomini a nudo.

Ora qui arriva il difficile.

Per quanto la vita e l’esperienza, (ormai lunga), di attivismo femminista e politico mi abbiano offerto innumerevoli occasioni di emozione questa ultima èstata molto particolare.

Banalmente perché non ho mai recitato prima d’ora, e come è facile intuire un conto è parlare in un incontro, un dibattito o un’ altra occasione simile, e un altro è attivare una versione di sé in chiave attoriale. Poi perché è successo qualcosa, che è arduo da tradurre in parole. 

Per avvicinarmi a qualcosa che comunichi quello che ho sentito posso dire che non è comune che un gruppo di persone che non si conoscono riescano a dare vita a 50minuti di teatro in tre settimane, e che è altrettanto inusuale che un intero paesino venga mobilitato in questa impresa, che è sì promossa da un gruppo autoctono, ma che vede la scintilla provenire da fuori, (in questo caso il mio libro), e quindi è una entità ‘foresta’, come si dice del dialetto genovese: esterna, e quindi estranea. 

La proverbiale banalizzazione dell’avarizia ligure, e peculiarmente quella della città capoluogo, non è, come tutti i luoghi comuni, totalmente priva di elementi di realtà. 

Lamia città non è particolarmente avara rispetto al denaro, quanto piuttosto è artefice di una chiusura sospettosa e inaridente verso la novità, e refrattaria in modo patologico alla condivisione. 

E’ risultata quindi una vera epifania la magica, gratuita, immediata disponibilità da parte di un gruppo prima, e di una comunità poi, a ospitare, diventandone parte integrante, una impresa culturale in origine esterna. 

Una proposta culturale di schietto taglio femminista, per giunta, non supportata nemmeno da alcun glamour mediatico, non godendo il libro dell’appoggio fornito da apparizioni in tv o da forti richiami della grande stampa.

Insomma: non è stato solo il fatto che la sala fosse piena, o che la pioggia abbia graziato per qualche ora la zona, favorendo la voglia di mettersi in viaggio anche da fuori, o che tutto si sia svolto senza intoppi, e già questo è un miracolo, vista la natura non professionale di tutta la vicenda. 

E’ stato, forse, che quando c’è grazia, armonia e passione qualcosa succede, e quello che succede quando gli essere umani provano a costruire e condividere emozione e pensiero non è mai scontato.  

Vi lascio, (mentre a breve parto per un maggio denso di appuntamenti, tra cui ben5 appuntamenti in Sicilia), con la frase finale della piece, che è adisposizione per essere messa in scena dovunque e della quale presto metteremo dei brani tratti dalla magica ‘prima’ sui siti e nei social network:

”La vita è al 90% manutenzione. Occuparsi di sé, del mondo, delle persone che si amano. 

La politica, fare politica per le donne che hanno scelto di dirsi femministe è stato anche questo: manutenzione. 

Perché prima della rivoluzione, durante, dopo bisogna rassettare per trovare agio, spazio e benessere.

Così, nella manutenzione, c’è anche l’ascolto. 

Perché le parole, quelle sussurrate come quelle urlate, non valgono nulla se non c’è chi le ascolta, e le raccoglie.

Il primo passo per fermare la violenza è riconoscerla, e prima ancora serve alzare gli occhi, guardare chi abbiamo di fronte e ravvisare la reciproca umanità.

Chiedendo a degli uomini sconosciuti un gesto di relazione, di contatto, nel rispondere a delle domande su di loro qualcosa è successo. Le loro parole sono diventate un libro e anche un atto unico in un teatro, per esempio.

Aspettiamo.

La manutenzione continua”.

Diario di viaggio4 – appunti dalle presentazioni di Uomini che odiano amano le donne – virilità sesso violenza.

In viaggio dal 7 al 10 maggio- Tour siciliano

L’ultima volta che ero stata in Sicilia avevo presentato Letteralmente femminista- perché è ancora necessario il movimento delle donne a Palermo: era il 2009, e da allora le relazioni con alcune compagne di strada non si sono mai interrotte. 

Anche questa volta alcune attiviste della rivista  Mezzocielo, dell’Udi e molte esponenti della straordinaria cultura femminista siciliana mi sono accanto in modo concreto e generoso.

Mi accoglie la bella casa di Beatrice Monroy, che non solo si fa carico di organizzare la mia venuta, (con annessa accoglienza casalinga e un frigo pieno di verdure biologiche) ma apre anche una pagina su facebook che raggruppa tutti gli appuntamenti siciliani sotto l’egida del ‘tour siciliano’. 

Mi sento una rock star: anche io ho un tour! 

Instancabile accompagnatrice del giro sarà, con Beatrice, Daniela Dioguardi, che nonostante sia nel bel mezzo di un trasloco si prenderà cura di me negli spostamenti e anche durante alcune presentazioni.

Il primo giorno siamo in una sala del Comune al pomeriggio e in una scuola al mattino, il liceo Maria Adelaide, a Palermo, dove incontro ragazzi e ragazze delle ultime classi in una sala gremita. 

Una studente mi fa una domanda interessante: ”Come è fare da madre femminista di due figli maschi?”. 

Spero nel 2014 di riuscire a colmare almeno in parte questa acuta curiosità con il prossimo libro, al quale sto appunto già lavorando.

Alla presentazione pomeridiana nella sala comunale c’è anche Simona Mafai, una delle madri storiche della rivista Mezzocielo, instancabile lottatrice contro il sistema mafioso e per i diritti delle donne; insieme a lei a commentare il libro c’è un docente universitario, Enzo Guarrasi, che esordisce, scomodamente sincero, dicendo che quando gli è stato consegnato il libro, mesi prima, lo aveva trovato brutto graficamente, e lì per lì quell’impatto esteticamente negativo lo aveva fatto pentire di aver accettato di leggerlo. 

“Poi, per fortuna, la prima impressione è stata superata quando ne ho affrontato il contenuto, dice. Ma cosa vi aspettate che faccia, ora? Dato che le parole maschili che compongono il testo sono tante, e il libro contiene già commenti interessanti di alcuni studiosi, quello che mi rimane è solo una cosa: rispondere alle sei domande. Qui, ora e davanti a voi”.

E così è stato: una preziosa sorpresa. Questo libro, e questo viaggio con lui, dona inediti regali, comportamenti maschili molto interessanti, e fecondi.

Il giorno dopo è la volta di Trapani: anche qui una sede istituzionale, il comune.

Di nuovo scuole, ragazze e ragazzi, ma anche operatrici e operatori dei consultori e molte insegnanti. 

Daniela Dioguardi ed io trascorriamo la mattinata tra domande e risposte, e scopro che Trapani è stata la prima città, mentre ancora il libro stava per uscire nelle traduzione italiana, nella quale sono stati rappresentati i Monologhi della vagina di Eve Ensler. 

Incredibile coincidenza, a farmelo sapere è un collega, mai visto prima, che mi intervista per la sua emittente Tele Sud. Magico.

Poi è la volta, di ritorno a Palermo, di un’altra scuola, la media Virgilio: qui la preside ha realizzato, con donazioni spontanee, una biblioteca intitolata a Danilo Dolci aperta al quartiere, che rende l’istituto agibile fino a tarda sera: è una sensazione particolare lasciare l’edificio della scuola nell’orario di cena, mentre ancora è tutto aperto, il cortile è affollato di famiglie e giovani: una scuola pubblica che si fa spazio pubblico al di là della sua primaria funzione educativa è una rarità.

Il terzo giorno è la volta di Caltanisetta: anche qui si tratta di una scuola, ma l’incontro è con la popolazione, al pomeriggio, nell’aula magna.

Un anziano medico, attivista comunista nel Pci siciliano, racconta di quante donne arrivassero negli anni ‘50 nel suo studio, piene di lividi sul corpo, conseguenza delle ‘amorevoli’ attenzioni maritali. A lei, come alle altre, il dottore suggeriva di andare a denunciare, ma le donne non lo facevano: paura di ritorsioni, tabù, ignoranza, pressione sociale dissuadevano le donne dall’affrancarsi da una vita famigliare molto prossima alla galera. Quando un giorno i lividi di una sua paziente superarono i livelli di guardia, la svolta. 

“Non sono fiero di quello che le dissi, ma non potei farne a meno: sapevo che la prossima volta l’avrei vista morta, in ospedale – dice l’anziano dottore.- Così le chiesi se avesse in casa una vecchia sedia rotta. Sì, rispose la donna. Bene, dissi io. Aspetta che  tuo marito entri in casa, e poi colpiscilo forte, prima che lui batta te. Così, quando sarà in ospedale, potrò denunciarlo io.”

La rivelazione ci lascia tutte senza fiato, in un misto di ammirazione e sgomento.

“Come è andata a finire?” gli chiediamo. “Che quando l’ho rivista, per una volta senza brutte ferite, lei mi da detto:” Dottore, un agnellino è diventato mio marito”. Un aneddoto che apre molte riflessioni. 

Un altro sorprendente contributo, sempre di taglio maschile e sempre da Caltanisetta, arriva da Davide Chiarenza, Commissario di Polizia, che racconta la sua esperienza di anni di lettura di verbali di denuncia delle violenze subite dalle donne.

“In tutti i casi esaminati in 25 anni di Polizia c’era un filo rosso che li legava, ovvero la mancanza di ascolto, e la sfida che nel mondo animale si trasforma in aggressione. Ritengo che la cattiva o mancata comunicazione sia una delle cause che destabilizza un già precario equilibrio esistente in una coppia. L’approccio filosofico o ideologico di queste deprecabili relazioni non aiuta le donne in difficoltà. Occorre maggiore confronto fra uomini e donne che a Caltanissetta come altrove è mancato. Le battaglie sui diritti vanno combattute assieme, uomini e donne. Un uomo che ama le donne è stato un bambino che ha avuto una madre straordinaria e capace di amare. Un uomo che stima la propria madre rispetterà sempre la propria compagna e non farà mai sesso a pagamento”.

Diario di viaggio5 – appunti dalle presentazioni di Uomini che odiano amano le donne – virilità sesso violenza.

In viaggio dal 21 al 25 maggio 2013

Sono quasi all’ultima parte del viaggio attraverso l’Italia con il libro, e ammetto che questo maggio nel quale son stata ferma al massimo cinque giorni di fila mi vede stanca, (solo fisicamente) ma il corpo si lamenta.

La Presidente del consiglio comunale di Imola, Paola Lanzon, nonché uscente responsabile del Coordinamento  donne della Uisplo sa, e quando mi accoglie il 21 maggio per la presentazione in piazza a cura del Centro antiviolenza mi regala un’ora di passeggiata nei campi di fragole subito fuori città: sotto le enormi serre bianche, (per fortuna di chi ci lavora non ancora assolate) occhieggiano grandi e succose fragolone che sono una gioia cromatica per gli occhi, e una delizia al palato. 

Spiccare una fragola ancora calda di terra e morderla lì per lì dovrebbe essere una esperienza obbligatoria!

La bella piazza del centro di Imola è affollata, il sindaco passa ma non resta (c’è nervosismo per le elezioni comunali che incombono nel week end, e poi qui come altrove è ancora duro a morire lo stereotipo che parlare di violenza contro le donne sia un argomento ‘femminile’) ma ci sono alcuni giovani uomini ad ascoltarci: anche qui c’è grande interesse per Manutenzioni – uomini a nudo, la piece teatrale filiazione del libro e della collaborazione con Laura Guidetti e  lo sceneggiatore Ivano Malcotti.

Anche Bologna, il giorno dopo 22 maggio, è distratta e tesa per un’altra sfida locale ma fortemente simbolica per il paese: qui infatti c’è il referendum per i finanziamenti alla scuola privata, e la presentazione nelle bella sede della biblioteca delle donne viene penalizzata. 

Riesco però ad abbracciare Giancarla Codrignani, Grazia Negrini e Raffaella Lamberti, che non vedevo da tanto tempo. Accanto a me ci sono Sandro Bellassai di Maschileplurale e Marco Trotta, compagno anni prima nell’avventura editoriale di Carta: entrambi portano due letture molto personali del libro: puntuale, e di evidenziazione dei punti di criticità e di reticenza da parte dei lettori nel rispondere secondo Sandro; intima e commossa, nel ricordo del suo travagliato rapporto con il padre quella di Marco. 

Anche altri uomini presenti prendono parola, e questa piccola ma significativa coralità di voci maschili è un segno di grande speranza e conforto nel percorso di cambiamento.

Dall’Emilia ad Asti il passo non è breve, ma si fa, e siamo al 23 maggio: il gruppo di Snoq, attivissimo su facebook da dove infatti mi hanno chiamata, racconta delle difficoltà, soprattutto a scuola, nel bucare il silenzio sul sessismo che serpeggia velenoso tra le classi, fin dai primi anni. Confortante la presenza di una studentessa appena diciottenne, che con coraggio si espone ogni giorno tra i suoi compagni e compagne per evidenziare e non sottovalutare la volgarità, il dileggio e il disprezzo che nella sua generazione viene spesso usato per isolare chi è più fragile, senza neppure saper riconoscere la violenza che esce dalle loro bocche e che viene agita nei comportamenti. 

Torna alla mente il terribile episodio di violenza che lo psicologo di Caltanisetta qualche settimana prima, ha condiviso durante la presentazione del libro a scuola, utile per capire come il primo passo per sconfiggere la violenza maschile sia riconoscerla: è accaduto che una coppia di adolescenti faccia l’amore, complice la casa libera di uno dei due, un mattino invece che andare a scuola. Al pomeriggio il ragazzo invita nuovamente la giovane fidanzata a uscire, e questa volta l’appuntamento è fuori città, in campagna. Qui, ad attendere la ragazza, non c’è solo il fidanzato, ma un gruppo di amici, tutti minorenni, che la violenteranno a turno. 

Al commissariato di polizia il fidanzato ‘giustificherà’ così la normalità del suo gesto: ”Era merce avariata, dal momento che era stata con me perché non cederla ai miei amici?”. E’ accaduto poco tempo fa.

Il giorno dopo, 24 maggio, il viaggio è in Toscana. 

La destinazione è Bibbona, un borgo che si inerpica tra Livorno e Grosseto, dove la Cgil ha organizzato due giorni di incontri tutti incentrati sulle politiche di genere e la violenza contro le donne. 

Il vento fortissimo ha sabotato la possibilità di fare l’incontro all’aperto, e quindi il dibattito si svolge in un ampio teatro, dove prima di me due giovani attiviste della Lila illustrano la formazione che si va facendo nelle scuole per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, ma anche e soprattutto per alzare il velo di fitto silenzio che si è creata intorno all’aids dopo gli anni ’90.

La partecipazione non è foltissima, ma anche qui significativo è che i pochi uomini parlino, si espongano, e  convengano sulla necessità che il sindacato diventi agenzia di formazione nei luoghi di lavoro e tra le sue fila su questi temi, affinchè gli uomini, finalmente, si responsabilizzino e prendano coscienza di essere parte del problema, e allo stesso tempo anche della sua soluzione. 

Il 25 maggio torno al nord, ed eccomi in Lombardia, in quella Gallarate dove lo scorso anno svolsi un week end di formazione sui temi delle politiche di genere, chiamata da un gruppo di donne attive nel sindacato Cub.

Questa volta, a distanza di un anno giusto, lo stesso gruppo festeggia con me e con Mario Fatibene, del Cerchio degli uomini di Torino, la neonata Casa delle donne, un bello spazio ottenuto dal Comune per svolgere attività, incontri, e anche uno sportello di ascolto sulla violenza. 

Mario porta a casa, come ogni volta che insieme raccontiamo il libro (sul quale lui ha scritto un commento) la proposta di attivare un gruppo maschile anche a Gallarate. 

Si va avanti nel percorso attivato da questo piccolo libro, del tutto senza ribalta mediatica: un passa parola che crea comunità, spazio e dibattito, spostando lo sguardo dallo scenario che si focalizza solo sulle vittime alle responsabilità e ai silenzi degli uomini, in modo che finalmente il monologo dell’orrore e della paura diventi un dialogo per porre fine alla violenza maschile.

Diario di viaggio6 – appunti dalle presentazioni di Uomini che odiano amano le donne – virilità sesso violenza

In viaggio dal 28 al 31 maggio 2013 (con finale a sorpresa)

Ho alle spalle tre mesi di presentazioni, dibattiti, seminari: voci, volti, attese in stazione, viaggi in auto, cene, albe e tramonti che non riuscirò a ricordare nel dettaglio ma che non dimenticherò.

A Parma, il 28 maggio rincontro Cecilia Cortesi Venturini, avvocata appassionata dei diritti delle donne che avevo incontrata nel 2008 esperta di bioetica ad Altradimora, al primo emozionante seminario Il corpo indocile, e che ritrovo ora Consigliera di parità; è grazie a lei, ospite della  presentazione in Provincia, che riabbraccio anche Marco Deriu, sociologo e fondatore di Maschile plurale, sua moglie Chiara Marchetti e vedo il loro vivace bambino per la prima volta. 

La presentazione è arricchita dalla voce di Marco e da quella di Paolo Volta, psichiatra, che fanno una lettura del libro attenta mettendone in evidenza l’utilità come strumento dal quale partire per discutere con gli uomini che non hanno ancora fatto esperienze di gruppi con altri loro simili. 

Il giorno dopo, 29 maggio, sono ad Ancona, all’Università, a conclusione di un ciclo di appuntamenti sulla violenza contro le donne, organizzata dall’associazione Sartorie Culturali con il patrocinio della Cgil: trovo qui donne di grande compagnia e piene di energica allegria. 

Racconto ad un’aula silenziosa e attenta il percorso che mi ha portata alla realizzazione del libro, e alla fine dell’evento accade, di nuovo. E’ praticamente la stessa ragazza di 25 anni fa, sembra incredibile. 

Ne avevo scritto in Letteralmente femminista-perché è ancora necessario il movimento delle donne, uscito nel 2009. Nel libro raccontavo di quando, appena trentenne, avevo pubblicato Parole per giovani donne-18 femministe parlano alle ragazze d’oggi, e lo avevo presentato a Verona, dove a fare gli onori di casa era stata Adriana Cavarero, una delle intervistate del testo. 

Riporto qui l’incipit del primo capitolo di Letteralmente.

“Me la ricordo perfettamente, come se l’avessi appena vista, e ascoltata. Solo, non so più il suo nome. Ero a Verona, al Circolo della rosa, un centro femminista nel cuore storico della città. Siamo nel 1981: si trattava della seconda presentazione dell’appena uscito Parole per giovani donne – 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi. Avevo scritto il libro di getto, dopo aver girato l’Italia per intervistare alcune pensatrici e attiviste, quali Elena Gianini Belotti,  Adriana Cavarero, Dacia Maraini, Anna Del Bo Boffino, Ida Magli, Silvia Vegetti Finzi. 

E, per la prima volta, ero entrata in contatto con una tra le donne che mi hanno insegnato di più: Lidia Menapace, che del libro scrisse la postfazione. 

La prima presentazione era stata a Genova, la mia città. Clima emozionante e vibrante, ma Verona era comunque il  contatto con il pubblico fuori dal territorio conosciuto. Senza rete.

Avevo trent’anni, un primo figlio partorito a casa come avevo deciso, ero piena di aspettative, energie, progetti. La ragazza, che sta in fondo alla sala, interviene subito dopo la mia prolusione, nella quale ho spiegato il perché del libro: il bisogno, per me trentenne, di fare il punto sulla percezione, da parte di donne adulte e potenzialmente madri o sorelle simboliche mie e delle mie coetanee, di cosa, quanto e come del femminismo fosse arrivato alla generazione successiva.

Come al solito, dopo la richiesta di interlocuzione da parte del pubblico c’è un momento di pausa. 

Il silenzio dura poco; poi, dal fondo della sala, la voce della ragazza. 

Mora, alta, molto bella, poco più che ventenne, si alza dalla seggiola e comincia.

‘Io la vorrei ringraziare per il libro, e soprattutto per il suo impegno come femminista. Il lavoro politico delle donne più grandi ha consentito a me e alle ragazze della mia generazione di avere le libertà e le opportunità che voi non avevate. Però c’è un problema: quella che lei chiama ‘coscienza di sé, e autorevolezza. L’essere consapevole come donna mi rende diversa, oggi, nel mio tempo, dal resto della mia generazione: con i ragazzi della mia età non so che dire e che fare, nel senso che loro sono così poco interessanti, così lontani da me che per trovare un essere umano dell’altro genere con il quale avere un contatto devo cercare tra gli uomini più vecchi, il che però genera altre difficoltà. 

Con le ragazze della mia età mi sento una aliena, ho pochissimi o quasi nulli punti di contatto: loro guardano all’apparenza esterna, ai modelli della tv, al futuro con marito e figli. Quindi sono sola, mi sento sola. Come femminista sono una giovane  donna sola. Il femminismo mi ha reso sola’.

Quel ‘sola’, ripetuto tante volte, continua a riecheggiarmi nella mente, e mi ha accompagnato, da allora, come una traccia di retropensiero costante, inquietante. 

Un monito in agguato, un piccolo artiglio annidato che a tratti riemerge, riapre ferite mai rimarginate,  fa sanguinare e soffrire”.

Fin qui il racconto del libro. Questa scena si è ripetuta ad Ancona: una giovane donna si presenta e mi dice che si sente sola, e che è inquieta e forse infelice perché dirsi femminista, come lei si sente, è uno stigma. La sua sofferenza è grande,  non riesce a farsi capire dagli uomini che ama, a cominciare dal padre, per continuare con il suo ragazzo, e con gli amici. Può far leggere il libro a questo uomini, e gli uomini possono cambiare?

Sono domande grandi, alle quali non so dare risposte rassicuranti. Le dico però che ho trovato molto gratificante che qualche uomo e qualche donna mi abbiano detto che avrebbero desiderato leggere il libro in coppia, e che forse potrebbe provare a proporlo anche lei al fidanzato, magari ascoltando le sue risposte e ragionandone assieme. Spero di averle dato fiducia, affinchè quella solitudine che le pesa, e che pure è una condizione nella quale le donne che praticano il cambiamento abitano spesso, le sia meno gravosa.

Il 30 eccomi a Terranuova Bracciolini, molto vicino a san Giovanni Valdarno, dove ero stata ospite di un gruppo di donne del M5S per un dibattito prima delle elezioni politiche.

Qui si compie una delle magie offerte da internet: conosco finalmente di persona la mia ospite, con la quale in realtà sono mesi che chiacchiero via facebook: si tratta di Roberta Buc, che con la sua cellula di Donne di carta ha coinvolto tutto il paese in un evento multiforme e multimediale: parole, corpi, teatro. Il link al quale è disponibile un assaggio della serata è questo 

Ciò che è difficile da raccontare è il clima di quelle ore, e l’armonia che non di frequente si crea nelle situazioni pubbliche. Complice, (come la serata nella quale debuttò ad aprile la piece teatrale Manutenzioni-uomini a nudo a Sussisa) è certamente l’essere riuscite da parte di Roberta Buc  e delle sue compagne a coinvolgere la piccola comunità del paese: le donne e gli uomini che hanno affollato la sala del museo erano tutte visibilmente commosse: come non emozionarsi di fronte alla giovanissime che hanno portato le loro scarpe rosse dentro al cerchio creato dal pubblico, interpretando ciascuna il dolore dell’assenza delle donne uccise per mano maschile? Come non emozionarsi durante le parole delle Donne di carta, che si fanno libro incarnato per ricordare ad alta voce gli scritti di altre donne? 

Più che gli eventi mediatici o frontali, pur importanti se arrivano a centinaia di persone, sono convinta che il lavoro fatto nella cerchia della comunità nella quale si vive produca effetti profondi e duraturi; tocca le persone dentro, offre nuove prospettive che diventano concretezza, parla il linguaggio dell’emozione che poi diventa politica e ragione, passando dal cuore e dalla sensibilità.

Torno a Genova il 31 maggio, e con le poche forze che mi restano partecipo fugacemente alla bella e colorata iniziativa che per molto giorni popolerà il quartiere del centro storico della Maddalena, dove tra le altre è attivissima Carmen Trizio, dell’Associazione Culturale Genova.Avignon Rue des Arts.

Siamo arrivate a giugno, e ora è tempo di preparare il seminario annuale di Altradimora, dal 6 all’8 settembre. L’anno scorsoBeatrice Monroy aveva raccontato proprio durante il seminario la storia di Franca Viola, contenuta nel suo libro Niente ci fu: Beatrice mi chiama per dirmi che un gruppo di studentesse e studenti ha parlato del suo libro in un incontro con la Presidente della Camera Laura Boldrini, ed è una bella sensazione aver fatto parte in qualche modo del viaggio di questa sua creatura. Ricevo, per finire, questa bella riflessione da parte di Gualtiero Via, un amico e compagno di strada nella nonviolenza: ancora parole maschili contro la violenza sulle donne, promesse di impegno e di assunzione di responsabilità. 

Grazie a tutte e a tutti per il lavoro condiviso fin qui, non perdiamoci di vista.

Chi è uomo parli – di Gualtiero Via

Questo è un appello? 

No, questo non è un appello (fa troppo scuola, o intellettuale che se la tira assai).

Questo è un promemoria.

Un messaggio, che spera di trovare orecchie e cuori che con-dividano. E facciano, dicano la loro.

Pro – memoria. E che cosa dovremmo memorare?

Che manca a tuttora una iniziativa pubblica di uomini. Uomini – diciamo: esemplari di homo “sapiens” di sesso maschile- quasi ogni giorno ammazzano la loro fidanzata o ex fidanzata, moglie o ex moglie, convivente, amante. Bell’amore davvero.

Donne vi sono che denunciano pubblicamente il fenomeno. Che ne studiano la natura, le cause e le risposte da mettere in campo. Offrono difesa e riparo alle scampate, alle minacciate. Donne. In qualche caso strutture pubbliche fanno questo.

Ma dove sono gli uomini? Dove siamo noi uomini? Io non vedo una iniziativa di adulti di sesso maschile che denunci con forza lo schifo – crescente, mi pare – nella comunicazione, nella cultura, negli atteggiamenti quotidiani, in cui stiamo sprofondando, soprattutto dal punto di vista della visione della donna, del femminile, del sesso, dei sentimenti. 

Io non sento una voce collettiva di uomini che pubblicamente denunci  la violenza – le violenze. Che riconoscesse lo scandalo del femminicidio per quello che è, ed esigesse politiche pubbliche adeguate (non campagne di immagine estemporanee, a volte addirittura ambigue o controproducenti come è già stato denunciato con competenza da donne coraggiose e pazienti, e competenti).

Insegnando alle superiori (quasi sempre nel biennio) vedo la pena, la povertà, l’analfabetismo sentimentale – relazionale in cui sono molto spesso ghettizzati tanti adolescenti maschi (soprattutto maschi, mi pare). Senza averne la minima consapevolezza, per lo più.

Da singolo insegnante (aggiungo) mi pare di poter fare poco più di nulla (poco più; ma cerco di farlo, sia chiaro).

E’ il maschile adulto, e onesto, e civile, che è chiamato in causa pubblicamente, ma che latita. Così almeno pare a me. Saranno due o tre anni fa che sono stato a un incontro qui a Bologna di Maschile plurale, ma la deriva di gran lunga prevalente era un specie di autocoscienza maschile (o maschile e GTB), cosa che rispetto, sia chiaro, ma che personalmente non mi interessa.

Una voce pubblica collettiva di uomini che dicano con forza la loro parola ferma a denunciare culture e comportamenti che non sono da uomini, ma da bipedi anaffettivi, spaventati e ciechi, da disperate bestie in via di estinzione, non la vedo. Non c’è. Non, di sicuro, all’altezza di quanto è richiesto. Così a me pare.

Appunti di fine anno: Manutenzioni e altri futuri possibili

Sto ad Altradimora, nel silenzio della campagna invernale piemontese il cui freddo tanto mi piace e corrobora il mio essere, decisamente, (nonostante i natali marini), una nordica d’elezione. 

Se mi metto ad ascoltare il silenzio e chiudo gli occhi, per aiutare meglio l’udito a primeggiare, sento le voci, i rumori, i suoni che senza segni evidenti sono comunque rimasti, impalpabili e potenti, lasciati dalle presenze dei cinque anni trascorsi di seminari e incontri. 

Alle fine è proprio così: questo luogo, come ha detto una volta Rosangela Pesenti, è il (raro per l’Italia) progetto politico aperto alla collettività di una femminista che vi ha investito la sua eredità. 

Ciò che in questi anni è accaduto tra queste mura, e nei verdi spazi aperti circostanti, è stato scambio, relazione, visione, costruzione, conflitto e sogno: molto di quanto pensato in ogni incontro annuale, nelle Officine del pensiero femminista, si è realizzato, non fosse altro il decidere un anno prima tutte assieme l’argomento dell’anno successivo.

Lo stile delle Officine ad Altradimora è quello di Marea, il trimestrale che re – esiste dal 1994, cambiando formato e collaboratrici nel tempo, fino a compiere, proprio nel 2014, i suoi primi vent’anni. Non pochi, in Italia, per un giornale di riflessione e politica femminista.

Lo stile, scrivevo: ovvero provare a ragionare in anticipo, come è inevitabile data la cadenza del trimestrale, sulle parole chiave, sui concetti, che possano racchiudere le visioni delle donne e del pensiero femminista nell’arco dei mesi a venire. 

Forse sarà per questo che abbiamo intercettato, molto prima di altri pezzi di femminismo, i tre temi che negli ultimi decenni sono stati al centro del cambiamento e della mutazione antropologica, a tratti drammatica, della politica: globalizzazione, multiculturalismo, maschile. 

Di Punto G, l’evento femminista un mese prima del G8 del 2001, abbiamo detto, scritto, prodotto materiali video, audio e numeri speciali, così come sul tema della critica al multiculturalismo, provando a dare voce alle realtà femministe che in Europa, così come nel resto del mondo, si battono contro i fondamentalismi, correndo il rischio di essere rubricate come ‘coloniali’. 

Anche su questo argomento abbiamo prodotto molto, personalmente con i libri Donne disarmanti e Senza velo, e poi attraverso Marea dando spazio alle attiviste del Wluml (women living under muslim laws), a Mariam Namazie, alla rete Women’s Fund, solo per citare alcuni nomi.

Ma è del maschile che vorrei parlare più diffusamente, perché recente e ancora in gemmazione è la straordinaria esperienza di Manutenzioni-Uomini a nudo, la piece teatrale destinata a essere recitata da uomini comuni, nata dal mio libro Uomini che odiano amano le donne – virilità sesso violenza: la parola ai maschi.

Ad aprile, con la prima rappresentazione nella piccola Sussisa non avevo colto tutta la portata potenziale della proposta di teatro sociale per uomini: il fatto di essere così vicino a Genova, (e che tra gli uomini ci fossero due presenze familiari) aveva dato maggiormente risalto al lato ‘leggero’ ed episodico della proposta. 

E’ stato con il laboratorio e la spettacolo di Modena, voluto grazie all’aiuto generoso della Casa delle donne e di Elena Buffagni che ho capito che la proposta del visionario e vulcanico uomo di cultura Ivano Malcotti, visionario e vulcanico uomo di cultura era quella giusta. Creare un copione dal libro, non inventando nulla ma attingendo da esso per le frasi, i pezzi più incisivi ed emozionanti, un testo da far leggere e recitare da uomini comuni era ciò che doveva essere fatto. Era l’evoluzione necessaria di un percorso di relazione che prendeva il largo, verso approdi inediti.

Il libro è la restituzione scritta senza mediazione delle risposte di 300 uomini a sei domande: la piece è il suo lato  fisico, l’acting out materiale del flusso emotivo che il testo offre, il corpo reale di tutta l’emotività che le parole scritte sono impossibilitate a fisicizzare nella sola lettura. 

Modena prima, a Pinerolo, a Macomer e ad Atzara poi, (in previsione nel 2014 ci sono Bagnacavallo, nel Teatro settecentesco Goldoni, grazie all’aiuto di Nadia Somma e in preparazione a Corciano, Roma, Matera, Torino, Genova e chissà dove ancora) si è realizzato qualcosa che in Italia non era mai accaduto: degli uomini comuni, la cui maggioranza non fa teatro e non si è mai rapportato in prima persona con il lavoro di una femminista hanno coinvolto, oltre a loro stessi, altri uomini, le loro famiglie, pezzi di collettività, (nel caso di Pinerolo la bella prova è stata fatta da attivisti di Uomini in cammino, uno dei gruppi di impegno maschile più antichi in Italia) nella restituzione di parole vere di altri uomini, gli sconosciuti che hanno risposto alle sei domande sulla sessualità, sulla violenza e sulla virilità proposte a giugno del 2012 sul blog. 

Quando, durante le presentazioni del libro trovavo uomini e donne che mi dicevano che a casa avrebbero provato a rivolgere le domande ai loro compagni, o che se le sarebbero poste per provare a rispondere, pensavo quello fosse il risultato più gratificante e appagante che chi scrive poteva raggiungere, l’obiettivo migliore del proprio lavoro. 

Mi sbagliavo: quella era, ed è, una ricaduta bellissima e importante, ma c’era ancora qualcosa di più che il libro poteva gemmare. 

Se è vero che la politica è tale se comprende e si nutre della relazione anche con i corpi allora il progetto di Manutenzioni-Uomini a nudo è il frutto politico maturo,  ricco e fecondo di questo intreccio. 

Parlo dell’intreccio tra una femminista (anzi due, oltre a me nella sceneggiatura della piece c’è anche Laura Guidetti) e un uomo come Ivano Malcotti, ma  soprattutto quello tra l’interrogazione di una femminista al mondo degli uomini con le  domande e poi, passo pieno di promesse, nel coinvolgimento del corpo e dell’emozione nella scena teatrale.  

In entrambi i casi si tratta di una chiamata alla responsabilità, e quella attraverso il teatro di parola è un’offerta pubblica di discussione e di rimessa al centro dei temi iniziali cari al femminismo: sessualità, corpo, relazione, responsabilità. 

Uscire dal silenzio maschile, dalla tradizionale reticenza degli uomini a confrontarsi con le emozioni, dalla tentazione di svicolare dagli oneri che la relazione e il dialogo chiedono, questo e molto altro significa la scelta di far parte del progetto della piece teatrale.   

La sensazione che ho avuto, confermata ad ogni laboratorio e ad ogni debutto, è che qualcosa di tangibile accada con questa proposta: il circolare di emozione, di commozione, di trepida attesa non è magìa ma l’attuazione concreta del fare politica come manutenzione del quotidiano. 

Se è vero che “la vita è al 90% manutenzione”, allora abbiamo visto giusto. 

Sarà bello, nel 2014, rimettersi in viaggio verso nuove destinazioni e incontrare altri uomini che vorranno mettersi in gioco, nel laboratorio e poi al debutto, per fare questa esperienza che si può chiamare teatro sociale ma che soprattutto è, per me, minuscola e tenace pratica di erosione e argine contro la violenza maschile e l’ottusa banalità del conformismo degli stereotipi sessisti.   

A presto, dunque, nei teatri (se ci saranno), oppure on the road, in qualunque luogo dove si possa stare insieme a riprogettare relazioni di pace ed empatia.