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LEGGI L’INTRODUZIONE di Uomini che (odiano) amano le donne

LEGGI L’INTRODUZIONE di Uomini che (odiano) amano le donne

fronte-cop-uomini-che-ok-18-1-web3.jpgUomini che scelgono di interloquire

di Monica Lanfranco

Tutto comincia con un viaggio in treno, nel quale un articolo di Internazionale mi colpisce: la collega inglese Laurie Penny, (collaboratrice del Guardian), attenta al mondo delle donne spesso con interventi di taglio femminista, ha stilato alcune domande rivolte agli uomini sulla loro sessualità, chiedendo ai suoi contatti maschili, in forma anonima, se avessero avuto voglia di rispondere.

Attenzione: nulla a che fare né con un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’.

Penny ha chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.

“La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”, scrive.

Laurie Penny ammette nell’articolo che si aspettava qualche decina di risposte, dopo aver lanciato la proposta, visto che lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne.

Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza.

Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva.

Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato.

Il libro che avete tra le mani nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri.

Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista.

Cosa racconta il silenzio degli uomini?

Nel mio percorso di femminista, giornalista e formatrice mi sono spesso interrogata, in questi anni, sul silenzio maschile, anche e soprattutto degli uomini che abbiamo considerato, nel corso del tempo, compagni di strada, con i quali abbiamo condiviso e condividiamo pezzi importanti di tempo e di vita nella politica, nei movimenti, nel sindacato, nell’associazionismo, oltre agli eventuali compagni, mariti e amanti, e poi figli adulti.

Un silenzio consistente, se consideriamo che su quasi tutto il resto dello scibile gli intellettuali e gli attivisti si esprimono: dall’ambiente al clima, dall’economia alla politica, per non parlare degli esperti di cucina che sono tra i massimi guru mediatici, è tutto un commento: ma è della sessualità, della relazione con il loro corpo, della responsabilità di avere ‘quel’ corpo e non un altro che gli uomini non parlano. Del corpo che può violentare.

Non alludo, ovviamente, alle chiacchiere da bar, che invece abbondano come cemento dell’amicizia virile dalle quali trae ispirazione senza fine il cabaret, ma di un riflettere senza accenti goliardici o volgari.

Del partire da sé, insomma, che alle donne del femminismo ha fruttato un salto di qualità anche rispetto al godimento del proprio corpo e ad una maggiore consapevolezza dei limiti e delle possibilità nella relazione con l’altro da sé.

Forse abbiamo omesso, noi femministe, di rimarcare i vantaggi del faticoso ma proficuo percorso che ha avuto come esito il trovare quelle parole per dirsi: forse dovremmo raccontare di più ai nostri figli, amanti, fratelli, mariti e compagni quanto bene faccia sapere del proprio corpo, di sé.

Quanta autorevolezza produca questa consapevolezza, e quanto diversa sia dal potere (non il potere inteso come verbo ausiliario, ma come dominio, sopraffazione, violenza).

Ho anche sempre pensato che fosse importante, per coerenza e onestà intellettuale, che prima ancora di puntare lo sguardo e il dito sugli uomini estranei fosse necessario guardare dentro casa e capire come, e se, il fragile crinale tra personale e politico incarnato in queste relazioni ci corrispon­desse, e se, e come, le presenze maschili nelle nostre vite fossero realmente diverse e migliori delle macerie (simboliche e concrete) che ci circondano.

Se davvero gli uomini nelle nostre vite valorizzino e valutino importanti, assieme a noi, le scomode scelte che come femministe e donne impegnate contro il sessismo abbiamo fatto, nel quotidiano privato come nella sfera politica.

Il 13 febbraio del 2011, a Genova, girando con una telecamera, avevo chiesto agli uomini scesi in piazza perché fossero lì, richiamati dal movimento Snoq (Se non ora quando), dal momento che al di là della forte presenza femminile mi sembrava che la novità da approfondire fosse la partecipazione maschile a quell’evento.

Mi interessava capire se esistevano delle motivazioni peculiari di questi fidanzati, mariti, amanti, fratelli, figli (pochi) e amici delle donne con le quali si accompagnavano: le risposte (che potete vedere e ascoltare a questo link www.youtube.com/watch?v=SuwWeZGVRJ4&feature=player_embedded) per la verità furono tiepidine, e assai poco specifiche.

La maggior parte di loro dichiarava di essere (legittimamente) stufa di Berlusconi, alcuni ammettevano di aver solo accompagnato ‘lei’, oppure di stare in piazza per ‘amore’, e solo in pochi dichiaravano di sentirsi indignati come uomini, infastiditi ed esasperati per come, nel loro paese, l’immaginario commerciale e consumistico aveva ridotto il corpo femmi­nile, e quindi di rimando considerasse il loro desiderio maschile alla stregua di quello di una massa di miseri guardoni.

Dal momento, inoltre, che quella piazza aveva richiamato uomini dall’orientamento politico opposto a quello dell’allora presidente del Consiglio sorge spontanea anche un’ulteriore osservazione: mentre per il femminismo e le donne che lo hanno attraversato è stato, ed è, fondante il considerare l’ambito privato come politico, evidentemente non è così per gli uomini a sinistra, o comunque per gli uomini che in qualche misura condividono con le donne l’aspirazione al cambiamento.

Nel 2007 il Financial Times aveva criticato l’utilizzo dell’immagine femminile in tv in voga in Italia da oltre 20 anni, durante l’impero mediatico delle emittenti berlusconiane (e non solo). Il giornalista Adran Michels aveva scritto, nella sua inchiesta Naked ambitions (ambizione nude) che in Italia è comune “l’uso di vallette seminude in ogni genere di programma televisivo, gli spot pubblicitari dominati da allusioni sessuali, il prevalere della donna come oggetto”.

Ancora, Michels raccontava così la nostra serata-tipo tv, citando l’ammiraglia Rai Uno: “Se sei a casa prima del telegiornale delle 20.00 su Rai Uno, il principale canale televisivo italiano, scoprirai che il telegiornale è preceduto da un quiz chiamato L’eredità. Nel programma, di tanto in tanto, quattro ragazze ben messe interrompono la gara per ballare. ‘I miei gioielli’ – esclama il conduttore maschio.

Il balletto non ha relazione con il resto dello spettacolo: Rai Uno spiega, sul suo sito web, che le ragazze con la loro presenza e con la loro bellezza tirano su il morale, soprattutto quello degli uomini. Tre anni fa, mentre viaggiavo tra Milano e New York, mi chiedevo perché nessuno si curasse dell’assurda utilizzazione delle donne nella pubblicità e in televisione e cosa questo dicesse sulla società italiana. Veramente gli italiani, ed in particolare le donne italiane, ritengono accettabile che si vedano, sulla tv terrestre, quiz di prima serata cercando di provocare i genitali dei maschi e non i cervelli degli spettatori? O invece sono contente della vita così com’è – bella, divertente e con una scorta di belle scarpe?”

Le (poche) risposte all’articolo di Michels furono, a volte, surreali: ci fu nel governo italiano chi addirittura minacciò di interrompere le relazioni con l’Inghilterra per lesa maestà delle legittime scelte di una nazione (!), interpretando le domande del giornale come ingerenze lesive di un paese verso un altro.

Surreale, grottesco, ma è accaduto davvero.

L’immaginario maschile nella stampa specializzata

Dalla fine degli anni ’80, accanto ai magazine femminili che, dietro al pioniere Cosmopolitan, dedicarono ampi spazi alla sessualità, cominciarono ad apparire anche prodotti editoriali non pornografici espressamente rivolti al pubblico maschile: il mercato si era accorto che gli uomini erano consumatori sempre più attenti non solo alla forma fisica intesa come potenziamento della struttura del corpo, ma anche possibili acquirenti di creme, lozioni, profumi e altri prodotti di cosmesi e per il benessere.

Tra gli interessi maschili, ovviamente, c’era anche il sesso e gli editori presto capirono che il mercato poteva catturare con successo una larga fetta di uomini che, non comprando riviste porno, avrebbero però gradito magazine a loro rivolti con consigli, strategie, rudimenti di tecnica anche riguardanti la sessualità.

Men’s health, per esempio, è stato ed è un successo in questo senso: niente ragazza svestita in copertina, sostituita invece dal corpo maschile scolpito del modello e/o star dello sport e dello spettacolo di turno, ma pagine e pagine, ampiamente segnalate in copertina, che promettono di dare consigli sul misterioso e affascinante pianeta che è la sessualità femminile.

Ricordo una discussione divertente ed istruttiva con un uomo sui quarant’anni, attivista pacifista e dalle letture lontane dai rotocalchi maistream, che però faceva eccezione proprio per un magazine ‘maschile’, dal quale sosteneva di imparare molto su come fare l’amore nel miglior modo.

A me sembrava strano che potesse elevare a fonte privilegiata un magazine patinato piuttosto che il confronto con altri uomini, eppure scoprii nel tempo che, specularmente alle molte donne che si rivolgono ai femminili come fonte di ispirazione, così il numero degli uomini che imparava la sessualità da articoli di settimanali era ingente.

Sessualità da rotocalco, si potrebbe dire.

Il mio dubbio era, ed è, che questo fai da te, senza un robusto sostegno di condivisione, confronto, scambio con altri uomini e donne, insomma che tutto questo sesso tecnico imparato teoricamente in solitudine dalle pagine e non prodotto dallo scambio e dalla condivisione anche emotiva con altri, sia un esercizio impalpabile, freddino e slegato dalla realtà, non possa produrre connessioni valide con le donne e gli uomini veri e i loro corpi in 3 D.

Per esempio, avendo letto alcuni numeri della rivista in questione, non ho trovato traccia di riflessione, anche minima, sulla violenza sessuale.

Un tema invece trattato ampiamente dai magazine femminili: Grazia fu molto attiva ai tempi della lotta per l’ottenimento della legge contro lo stupro, quando, a metà degli anni ’90, ancora questo reato era contro la morale e non contro la persona.

Non pervenuto il tema nei giornali rivolti agli uomini.

Si arriva a paradossi inquietanti e significativi: un magazine di fascia media a livello divulgativo come Focus ha pubblicato nel 2009 un servizio sulla necessità di utilizzo da parte maschile del profilattico. Intento encomiabile, certo.

Peccato per la scelta dell’immagine a corredo: la foto che introduceva l’articolo mostrava un gruppo di militari in assetto di guerra, tutti armati fino ai denti stile Robocop, meno uno, tutto nudo anche se munito di mitra gigantesco piazzato strategicamente a coprire le pudenda.

Non male, direi, come esemplificazione della metafora della sessualità maschile. Il pene come arma letale, la sessualità come atto bellico: meno male che l’articolo era sul profilattico.

Sulla violenza della mercificazione del corpo femminile in tv, Lorella Zanardo ha composto il documentario Il corpo delle donne, un lavoro di disvelamento che a distanza di anni resta una pietra miliare per capire cosa è successo in Italia negli ultimi 20 anni e come sono cresciute e si sono formate due generazioni di giovani donne e uomini rispetto agli stereotipi di genere ed ai pregiudizi sessisti ad essi collegati. Questa attività critica di lettura dell’uso strumentale del corpo e della sessualità, fatta sull’onda della denuncia della Zanardo anche da altre donne e qualche uomo, ha prodotto una notevole quantità di materiali video e audio che per fortuna circolano liberamente scaricabili e usufruibili online (tra questi da segnalare anche l’utile Se questa è una donna): sembrerebbe che se ne sia parlato molto, e infatti è così.

Ma girando l’Italia per dibattiti, incontri e formazioni varie mi sono accorta che il numero di persone che davvero ha visto attentamente questi video, e ne conosce il contenuto, è molto più piccolo di quanto si creda, e soprattutto di quanto dovrebbe essere, almeno tra chi fa scuola, orientamento e si occupa di trasmissione del sapere.

La lenta emersione della soggettività maschile

Alcune lodevoli campagne di sensibilizzazione, qualcuna rivolta anche alle scuole, sono state prodotte e rese disponibili in internet, e i gruppi di uomini italiani sensibili ai temi della violenza contro le donne, come Uomini in cammino (quest’ultimo molto interessante e peculiare luogo che riunisce uomini credenti, che lavorano anche sul tratto sessista della religione dominante nel paese), Maschile plurale, Uomini casalinghi e Il cerchio degli uomini, sono riusciti a emergere, talvolta anche mediaticamente, e hanno dato vita a momenti pubblici di dibattito e confronto sul difficile tema della consapevolizzazione maschile.

Il termine è assai ostico, ma tradotto significa che, anche se ancora non a livello massivo, c’è un inizio importante di presa di coscienza maschile su temi considerati da sempre appannaggio femminile: la sessualità, la complicità maschile sulla violenza di genere, il paterno, l’omosessualità, gli attacchi alle libertà e ai diritti delle donne conquistati dal femminismo e più in generale la svolta maschilista della cultura italiana degli ultimi vent’anni.

Purtroppo la cultura dominante di riferimento è potente, e in Italia resta maggioritaria una educazione sessista e fortemente orientata alla segregazione per genere, che passa anche attraverso i media.

Nonostante alcune studiose abbiano dichiarato la fine del patriarcato, dobbiamo registrare una straordinaria capacità di ripresa del patriarcato e delle sue connessioni, per esempio nel saldarsi con i tratti fondamentalisti di tutte le religioni dominanti, capaci di creare alleanze sempre nuove a disca­pito della libertà delle donne e della loro autodeterminazione.

Come spiegare, altrimenti, le ricorrenti campagne di attacco, solo per parlare dell’Italia, alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza?

Piccoli contrattempi del vivere

La realtà mi obbliga a registrare alcuni fatti, che nel quotidiano indicano quanto, in varie forme, sia radicato il pregiudizio sessista, e come questo concorra ad essere una delle componenti della violenza maschile contro le donne.

Andiamo con ordine.

Si sa che su facebook abbondano le stupidaggini, chiamiamole in questo modo: ci sono gruppi con adesioni altissime che nascono esclusivamente per raccogliere banalità di ogni tipo, spesso a sfondo sessista, velatamente o in modo palese. Ma il saperlo non rende questa valanga ingente di ciarpame, che rischia di invadere le nostre pagine, specialmente quelle di ragazzi e ragazze, meno irritante e talora offensiva.

Nella giornata in questione mi cade l’occhio sul post di un poco più che adolescente (ora si dice ‘giovane’ anche di un/una trentenne, questo ne ha appena 18): intercetto questa perla di saggezza perché ho incautamente come ‘amici’ alcuni studenti e così ho la fortuna di leggere il seguente commento:. “La mia ex era così fredda che ci potevo pattinare sopra.”

Da lì a poche ore, al supermercato, mentre mi aggiro tra gli scaffali, vedo un uomo sulla quarantina accucciato che fissa il reparto dei detersivi per il bucato. “Lei che è una donna, – mi fa – può indicarmi con che cosa lavare a mano?” Lei che è una donna: quindi, nella mente di quel signore, deputata a conoscere, per genere, i segreti del bucato.

Sono necessari altri esempi presi dal banale quotidiano per affermare che forse esiste una questione maschile nel nostro paese?

Con la rivista Marea, che ho fondato con altre donne nell’ormai lontano 1994, abbiamo in questi anni dedicato grande e costante attenzione al mondo maschile, alle poche ma interessanti voci ed esperienze che si sono costruite, anche in connessione con iniziative internazionali, come il white ribbon e le reti maschili contro la violenza sulle donne.

È infatti convinzione comune di queste reti che si debba cominciare sin dalle scuole elementari, se non dall’asilo, a parlare di rispetto tra i generi, perché è nel dialogo e nella destrutturazione di quelli che appaiono come fatti non rilevanti o marginali che si può incidere nel profondo di una convinzione radicata nell’inconscio: le donne sono potenzialmente prede e gli uomini potenzialmente predatori, e c’è qualcosa di immutabile e ineluttabile in questo, secondo il senso comune.

Anche se per fortuna il senso comune non produce, nell’immediato, la violenza sessuale, c’è comunque una componente indiretta di responsabilità nel perdurare del rosario di dolore che in Italia abbiamo chiamato femminicidio.

Nel 2006, in occasione del numero speciale di Marea dedicato al concorso letterario dal titolo volutamente leggero Uomini, istruzioni per l’uso, pubblicammo una intervista a Robert W. Connell, studioso australiano, docente di sociologia all’università della California a Santa Cruz, uno degli autori di punta negli studi e nella ricerca dei men’s studies, autore di Maschilità – identità e trasformazioni del maschio occidentale.

Domandai a Connell come considerasse la violenza domestica e questa fu la sua risposta: “La violenza famigliare è endemica dovunque. Queste violenze specifiche in famiglia, tranne casi rarissimi, sono sempre fatte da uomini. Le ricerche ci dicono che il problema centrale è la formazione della cultura da parte di questi uomini, che non sono pochi e che considerano una loro proprietà le donne, i bambini e quanto a loro sottoposto, così da ingenerare reazioni violente se le ‘cose’ si ribellano e acquistano indipendenza. A parte le follie personali, il punto è che noi spesso definiamo normale questo modo di pensare, che è ancora diffuso. Per fortuna, per quanti uomini violenti ci siano, ce ne sono altrettanti nonviolenti e questi ultimi stanno facendo un lento e faticoso lavoro per emergere, anche nei movimenti globali per il cambiamento della vita sul pianeta.”

E ancora, quando gli chiesi quali fossero gli elementi culturali che concorrevano a determinare la difficoltà maschile ad affrontare le proprie responsabilità di genere nel rapporto con le donne, Connell rispose: “Essere tacciati di effeminatezza è una delle più terribili angosce degli uomini, che in definitiva si sentono sicuri solo entro un chiaro e invalicabile recinto identitario, e solo piazzati su un piedistallo che li ponga, loro uomini bianchi occidentali eterosessuali ossessionati dal dover esibire la propria virilità in ogni momento pubblico e privato della vita, al di sopra delle donne e degli uomini ‘devianti’. Finché non si esce dal circolo vizioso virilità-potere-sicurezza non so quanto si possa e si voglia praticare un confronto realmente costruttivo con l’altra e gli altri.”

Nel 2009 l’associazione Maschile Plurale, sull’onda di un appello analogo lanciato un anno prima in Spagna da un gruppo nutrito di uomini di varie estrazioni sociali e culturali, redasse un appello contro la violenza sulle donne, nel quale si legge: “Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali denuncia una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee a comportamenti violenti, individuali e di gruppo. Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della nostra sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.

La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato il mondo. Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.

Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una larga e violenta reazione contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile.

La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile, che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una risposta nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.”

Si tratta di analisi importanti che però stentano a diventare senso comune.

La storia italiana ci ricorda che son dovuti trascorrere quindici anni tra il no di Franca Viola al matrimonio riparatore (1965) e la cancellazione dal codice penale dell’attenuante dell’onore in caso di femminicidio.

Sin dal primo articolo che ho scritto sul blog del Fatto Quotidiano la piega dei commenti della maggioranza dei lettori maschi è stata quella che ho definito ‘negazionista’: il femminicidio non esiste, l’atto di uccidere non ha genere, si tratta di un’invenzione del femminismo, è una forma di accanimento linguistico che indica come le femministe odino gli uomini, e via così. A centinaia.

C’è sempre qualcosa che non va quando si ostacola la definizione di un fatto reale, se addirittura ci si scaglia contro una parola: di recente un avvocato ha cercato, proprio dalle pagine del blog del Fatto, di portare esempi ‘oggettivi’ per negare il fenomeno. Mentre infatti molte tra giornaliste e attiviste provano ad alimentare sulla stampa e nell’opinione pubblica un dibattito che metta al centro la questione della violenza contro le donne non come corollario della passione estrema (il delitto passionale), indicando anche come importanti le parole che si usano per definire questi fatti, l’avvocato e i vari detrattori non vedono il fenomeno.

Questi delitti si chiamano, ripetono le estensore del documento No More Convenzione contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio, in un modo preciso per indicare un problema preciso: il femminicidio.

Già Rosa Luxemburg (ben prima degli anni ’70 nei quali si disse che le parole erano pietre) scriveva che “il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome.”

Non è un caso che per indicare alcuni comportamenti sessisti in Italia non ci siano le parole per dirli. Nel generico molestie sessuali ci sono diverse fattispecie di offese e atteggiamenti violenti contro le donne che, per esempio, in inglese si differenziano tra street harassment oppure stalking, o ancora sexual mobbing in the workplace, tutti comportamenti precisi, che tra l’altro in diversi paesi hanno specifiche leggi a definire specifici reati.

Perché altrove le parole ci sono e si usano, mentre in Italia si fatica a far passare il concetto di femminicidio?

Azzardo una risposta: perché il negazionismo, sempre in agguato quando si tratta di questioni che coinvolgono le relazioni tra i generi, è la strada più facile per evitare di ragionare.

Se si liquida la faccenda con una alzata di spalle, storcendo il naso alla parola femminicidio, definendola la solita macchinazione di quattro femmi­niste, si evita di affrontare il cuore del problema: non tutti gli uomini sono assassini, ma alcuni uomini uccidono le donne che hanno amato, o con le quali sono in relazione a vario titolo, perché esiste consenso, in varie forme, per giustificare questa violenza, o comunque i vari gradi di escalation che la precedono.

Non si nasce femminicida, ma lo si può diventare anche perché esiste una sottovalutazione sociale frequente dei passaggi che precedono l’approdo alla violenza finale: si tollerano comportamenti sessisti definiti ‘scherzo’, si simpatizza con varie forme di disprezzo e di volgarità contro le donne, si minimizzano il bullismo, l’omofobia e tutti i comportamenti che costi­tuiscono il terreno di coltura che è già sinonimo di violenza. La rete ne è piena, i social network e YouTube pullulano di siti ‘divertenti’ che in realtà sono, spesso, istigazione a delinquere. Fino a che non tanto la parola femminicidio, ma il senso della parola stessa non sarà reso evidente nella sua chiarezza, ogni donna uccisa sarà ammazzata due volte: da chi l’ha privata della vita e da chi non vede quello che accade.

Un fenomeno, quello negazionista, che vale la pena di indagare anche come specifico italiano, e in particolare indotto dal senso di impunità che il web offre: non a caso la maggioranza degli insulti e delle minacce sono formulati senza che chi ne è portatore si dichiari apertamente con nome e cognome.

Le possibilità di comunicazione offerte dalla rete sono enormi e feconde, ma è necessario interrogarsi collettivamente su come esista anche un lato oscuro (e la violenza e lo stalking sessista virtuali nei siti e nei blog ne sono uno dei frutti avvelenati) da non sottovalutare.

Prove di comunicazione

Torniamo al libro che avete tra le mani, che mi piace considerare come uno strumento che mette a disposizione di chiunque il positivo e costruttivo desiderio di comunicare di alcuni uomini sui temi delle relazioni tra i generi.

Seguendo l’esempio di Laurie Penny, ho provato a fare delle domande che offrissero la possibilità, a chi voleva, di accedere ad un piano meno superficiale e più intimo rispetto ad un sondaggio tradizionale: hai voglia di parlare con me, scrivendo alla mia mail personale (non in una chat o in un form, o attraverso il sito di un giornale) di te come uomo in relazione alla sessualità?

Sono rimasta sorpresa anche io delle tante risposte che sono arrivate, e la sorpresa ha riguardato sia la loro forma come la loro sostanza.

Ovviamente mi ha commosso l’adesione di alcuni uomini che conosco, che in modo genuino e partecipato hanno aperto la loro intimità ad una amica prima ancora che alla giornalista, ma mi hanno molto colpita ed emozionata i commenti e le analisi di tutti gli uomini sconosciuti, tantissimi che hanno scritto i loro nomi e cognomi fidandosi di me e della promessa che non li avrei nominati, se me lo chiedevano.

Ho imparato tanto da ciascuno di loro, dalla sincerità come dalle omissioni e reticenze, perché già il fatto di rispondere è segno di una volontà di comunicare, e non solo con un click, ma con pochi o tanti minuti di riflessione gratuiti (molti hanno ringraziato per l’iniziativa, a differenza di chi nel blog ha insultato, ma questo è uno dei rischi del mestiere, anche se non è lusinghiero per la civiltà delle relazioni umane).

Le domande che ho posto sono: Che cosa è per te la sessualità? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? Essere virile: che significa? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità?

Ho spedito il pezzo e poi ho aspettato, scommettendo anche sulla curiosità che avrebbe suscitato l’iniziativa, perplessa sull’implicita richiesta che era contenuta nella proposta, che al di là del rispondere prevedeva la necessità di fermarsi a pensare, poco o molto, ma comunque di mettersi in ascolto e poi in contatto, per di più, con una sconosciuta.

Sono trascorsi due giorni e a parte i numerosi commenti sul blog (alcuni decisamente sgradevoli) sembrava che qui in Italia non funzionasse come in Inghilterra. Invece, al terzo giorno, all’improvviso sono cominciate ad arrivare le prime risposte, e per circa due mesi è stato un continuo, regolare flusso di mail nella mia posta.

Dunque, intanto grazie: le oltre duecento risposte sono state autentiche risposte, non commenti. Segnalano tutte, dalle più telegrafiche alle più dettagliate, il desiderio di entrare in relazione con una donna, pur se sconosciuta, e raccontarsi, in modo non banale, provando a ragionare su argomenti serissimi, come il calo di desiderio, il senso della parola virilità, il vissuto sulla violenza sulle donne fatta da altri uomini, e la riflessione sulla propria violenza potenziale. Ma anche l’amore, la tenerezza, il corpo maschile, le paure, le incertezze, le risposte che ancora si stanno cercando.

Leggendo man mano ciò che arrivava, ho sorriso di cuore, ho riso, mi sono emozionata. A volte tornavo sulle frasi più volte, perché non mi capacitavo di quello che era stato scritto, tanto alcune risposte mi sembravano doni preziosi.

Ecco perché non potevo tenerle solo per me.

Come è organizzato il testo

Mi sembra importante spiegare come ho pensato di proporre la lettura del materiale. Ho scelto, per ogni risposta, di dividere il materiale in due parti: prima le risposte più brevi, di una o due righe, poi quelle lunghe. Le risposte brevi sono state proposte, anche per scelta visiva, una dietro l’altra, a formare quasi una sorta di poesia/mantra, ispirandomi alla scelta fatta da Eve Ensler nella versione italiana del libro che contiene i testi del suo I monologhi della vagina.

Non ho omesso nessuna risposta: ho tolto i nomi, anche se come dicevo prima in moltissimi mi hanno detto che non avrebbero avuto nulla in contrario ad essere identificati.

Il capitolo che ho chiamato Note a margine è germogliato naturalmente quando mi sono accorta che le annotazioni apposte, prima o dopo le risposte, erano interessanti e istruttive come, e qualche volta più, delle risposte stesse: delle chiose, delle specifiche, delle critiche o dei ringraziamenti che davano il senso e la temperatura politica, e talvolta poetica, del mettersi in gioco degli interlocutori. A Mario Fatibene e Beppe Pavan, da tempo impegnati in gruppi maschili, ho dato da leggere il testo e loro ne hanno ricavato riflessioni e pensieri che compongono il capitolo Letture a caldo.

A Francesco Pivetta ho chiesto di scrivere un commento a partire dalle risposte, e dal suo contributo è nata la postfazione del testo.

A voi che leggete spero che tutto questo materiale faccia lo stesso effetto di forte empatia che ha avuto su di me. Buona lettura.