qui i commenti audio al libro
qui il commento di Lorella Zanardo
Una recensione da Delta News
(Roma) “Dove ha sbagliato la generazione di femministe nel trasmettere i saperi e i valori per i quali hanno lottato, e con i quali hanno anche ottenuto dei cambiamenti che hanno modificato, seppur in parte, la vita delle donne e degli uomini in questo paese, e nel mondo?”. Un interrogativo questo che ha caratterizzato il dibattito sul femminismo nato nel corso della presentazione, la scorsa settimana, del libro di Monica Lanfranco dal titolo “Letteralmente femminista”, presso La Casa Internazionale delle Donne, al quale hanno preso parte Susanna Camuso, Segretaria Confederale Cgil, e le giornaliste Barbara Romagnoli e Chiara Valentini.
Un viaggio quello di Lanfranco entro il cuore del movimento femminista, “frutto della mescolanza di saggi, articoli, brani di interviste, di ritratti accumulati nel corso degli ultimi anni di vita, lavoro, incontri, scontri, perdite e guadagni”. Dopo vent’anni dal suo esordio come scrittrice con il libro “Parole per giovani donne”, seguito da testi come “Donne disarmanti” e “Donne senza velo”, Lanfranco si definisce come un’artigiana della parola che cerca di spiegare il concetto di femminista, “il dirsi femminista non è un abito stretto- spiega la scrittrice- e ricostruire gli ultimi trenta anni del movimento femminista equivale a ridare voce, spessore, corpo storico a dei diritti dati per acquisiti ma che ancora oggi si scontrano con la gerarchia del potere maschile”.
“Non un saggio- secondo Susanna Camusso- ma una verità scomoda sul movimento femminista, su cosa fanno oggi le femministe, su cosa dicono e sul perché tacciono”, un’auto critica quella della Segretaria Confederale che prende spunto dal titolo stesso del libro di Monica Lanfranco. “Essere letteralmente femminista” sta a indicare una storia, il passato di un movimento che non è stato in grado di spiegare come esercitare il proprio punto di vista, quello legato al binomio libertà e autorevolezza. La libertà per le femministe equivaleva a mettere in discussione il precostituito, gli stereotipi culturali e sociali, i luoghi comuni sul ruolo delle donne. Gli esiti del cambiamento innescato dalle femministe “ fin dove arriva- si chiede Camusso – la reazione che abbiamo messo in atto”, tradiscono le attese, la libertà conquistata dalle femministe ha scatenato “un’esposizione-continua – e un uso del corpo delle donne opposto a quello che abbiamo immaginato”. La libertà conquistata e da riconquistare entra in rapporto con la scena pubblica, quella della politica e del potere, dove il personale si contrappone al politico, “il personale è conflittuale, è ciò che crea il cambiamento- spiega la sindacalista- mentre oggi il politico non è conflittuale, è servile, è asservimento”. Un imperativo per le femministe della prima ora sembra quello di riorganizzare un movimento delle donne, con la ricostruzione di un pensiero delle donne che passi per altre vie, diverse da quelle della politica. La politica è il luogo del machismo, in cui le donne sono le mogli, le figlie o le sorelle di qualcun altro, un uomo ed è il ruolo che da autorevolezza alle donne di potere, non la propria storia. Di fronte alla necessità di trovare luoghi altri da quelli della politica “bisogna guardare- secondo Camusso- alle giovani donne”, per le quali sempre più oggi si prospetta una frattura nel binomio competenza e lavoro. Il lavoro è il luogo in cui è negata la libertà femminile e il precariato non è lo stesso per donne e uomini, “c’è una libertà di progetto ma non c’è ancora oggi per le donne libertà di pratica”.
“E’ possibile trasmettere i saperi femministi alle generazioni successive” secondo Barbara Romagnoli, che fa parte della terza generazione di femministe e che apprezza la capacità di Lanfranco di tirare le fila del movimento “passando dal presente al passato e guardando anche al futuro”. Per Romagnoli è utile sottolineare l’uso nel testo di Lanfranco di un linguaggio sessuato. “Essere una femmina- spiega Lanfranco- se all’inizio della comparsa nel ventre di mia madre è stato un caso, ha assunto nella mia vita un significato e una centralità imprescindibile. Per questo, una volta entrata nel mondo adulto, non ho mai condiviso l’affermazione secondo la quale siamo tutti persone, spesso usata per conciliare fintamente, e non affrontare mai, l’inevitabile conflitto tra i due generi. Secondo questa visione il definirci così, persone, basterebbe per situarci nel mondo in modo automatico e indolore, senza discriminazioni”.
E’ la realtà a smentire chi lo sostiene: spesso usare il generico ‘persona’ è un modo per sfuggire all’ingombrante verità che l’avere un corpo maschile o uno femminile non è indifferente, in ogni società e visione culturale. Essere persone non basta per essere degne di memoria, diritti, cittadinanza, libertà.
Al contrario è basilare e vincolante il genere che ti capita alla nascita, per stabilire il proprio posto nella scala gerarchica collettiva, perché questa scala è costruita ancora, da tutte le culture della storia umana in modo molto, molto lontano dal considerare, ascoltare e dare valore equamente alle voci distinte dei due generi.
“E’ un maschio, è una femmina- continua la scrittrice – alla nascita l’una o l’altra eventualità sono decisive, in molti luoghi del mondo alla constatazione del sesso femminile scatta un destino intriso di limitazione, divieti e obblighi che non valgono per l’altro sesso, e che chiudono sin dall’inizio la possibilità di scelta e di padronanza sull’intera propria esistenza, quando non si sfocia nella soppressione immediata, o prima ancora della nascita nell’aborto selettivo in attesa dell’erede maschio, quello perfetto, quello prescelto”.
Un vero e proprio attacco alla libertà femminile è quello rivolto, secondo Chiara Valentini, alle donne negli ultimi vent’anni a livello legislativo, culturale e politico. “Basti pensare – spiega – alla legge 40 sulla fecondazione assistita, un ferita che non si può dimenticare né accettare, all’equiparazione delle donna-madre all’embrione anche a livello giuridico, passando per il berlusconismo e l’esposizione del corpo della donna come oggetto”. Di fronte a questi attacchi un nuovo movimento delle donne sembra essere per Valentini “più che necessario”.
In un Paese come l’Italia fortemente autoreferenziale, concentrato sui propri problemi e poco attento alle dinamiche esterne, proprio al di fuori dei confini dell’Occidente sembra esserci la risposta alla necessità di un nuovo movimento delle donne. “Paesi come l’Iran e l’Iraq sono esempi- secondo Lanfranco – della messa in pratica del sapere femminista, con nuove forme e nuovi modelli, e non si tratta di una minoranza oppressa che si organizza su questioni valide ma pur sempre minori. Si tratta della metà del genere umano che afferma che ogni problema la riguarda, e chiede di prendere parola su tutto. Il femminismo è questo”.
(Delt@ Anno VIII, n. 31 del 15 febbraio 2010) Anna Lonia





