A tutte le donne che ho incontrato, e a quelle che non conoscerò mai: madri, figlie, sorelle, nonne, zie, cugine, nuore, suocere, amiche, amanti.
Un inizio, e una dedica
A te che stai leggendo queste pagine, donna o uomo che tu sia, un saluto.
Quello che hai tra le mani è il frutto della mescolanza di saggi, articoli, brani di interviste, di ritratti accumulati nel corso degli ultimi anni di vita, lavoro, incontri, scontri, perdite e guadagni.
Ma, forse, meglio sarebbe dire che si tratta di una lunga lettera, in forma di racconto e riflessione, scritta da una attivista femminista di mezza età, che ha cercato di fare fin da adolescente il mestiere di giornalista e di formatrice non prescindendo mai dalla sua appartenenza al genere femminile.
Essere una femmina, se all’inizio della comparsa nel ventre di mia madre è stato un caso, ha assunto nella mia vita un significato e una centralità imprescindibile.
Per questo, una volta entrata nel mondo adulto, non ho mai condiviso l’affermazione secondo la quale “siamo tutti persone”, spesso usata per conciliare fintamente, e non affrontare mai, l’inevitabile conflitto tra i due generi. Secondo questa visione il definirci così, persone, basterebbe per situarci nel mondo in modo automatico e indolore, senza discriminazioni.
E’ la realtà a smentire chi lo sostiene: spesso usare il generico ‘persona’ è un modo per sfuggire all’ingombrante verità che l’avere un corpo maschile o uno femminile non è indifferente, in ogni società e visione culturale. Essere persone non basta per essere degne di memoria, diritti, cittadinanza, libertà.
Al contrario è basilare e vincolante il genere che ti capita alla nascita, per stabilire il proprio posto nella scala gerarchica collettiva, perché questa scala è costruita ancora, da tutte le culture della storia umana in modo molto, molto lontano dal considerare, ascoltare e dare valore equamente alle voci distinte dei due generi.
E’ un maschio, è una femmina: alla nascita l’una o l’altra eventualità sono decisive; in molti luoghi del mondo alla constatazione del sesso femminile scatta un destino intriso di limitazione, divieti e obblighi che non valgono per l’altro sesso, e che chiudono sin dall’inizio la possibilità di scelta e di padronanza sull’intera propria esistenza, quando non si sfocia nella soppressione immediata, o prima ancora della nascita nell’aborto selettivo in attesa dell’erede maschio, quello perfetto, quello prescelto.
Queste pagine sono, dunque, una lunga lettera, la cui trama si snoda attraverso un filo lieve ma saldo legato a parole importanti del quotidiano e del politico, interrogate per comunicare una urgenza, altrettanto politica e personale, che si esprime con una domanda: dove è finita l’eredità del movimento femminista, la più grande rivoluzione nonviolenta del ‘900?
Dove ha sbagliato la mia generazione di femministe nel trasmettere i saperi e i valori per i quali abbiamo lottato, e con i quali abbiamo anche ottenuto dei cambiamenti che hanno modificato, seppur in parte, la vita delle donne e degli uomini in questo paese, e nel mondo?
E’ una domanda che non può avere una risposta sola, nè una sola donna a pensarla.
Ma quello che può succedere è che, con la lettura di queste pagine, si possa aprire un varco, e un percorso, per cominciare a capire come rimediare alla sempre più pericolosa archiviazione da parte della politica e della storia recente della visione femminista che, nel guardare il mondo, ha cercato e cerca di cambiarlo, a favore sia delle donne che degli uomini che ci vivono.
Ti propongo questo viaggio attraverso alcune parole che hanno mutato il loro corso consueto e scontato, nel significato simbolico come nella realtà, proprio grazie all’irruzione della soggettività femminile nella storia; un transito che offro a chi legge alla stregua di un viatico, di uno strumento per intavolare una relazione con chi è più giovane, o anche per riprendere tra sé e sé il bandolo di un discorso, forse interrotto.
Lo dedico a tutte le donne e uomini che, come scrisse Ursula Le Guin, sono disposte e disposti a correre il rischio di finire nel ridicolo, pur di contribuire a cambiare il mondo.
Per non dimenticare che, come sostiene Robin Morgan nel suo Il demone amante: “Non si tratta di una minoranza oppressa che si organizza su questioni valide ma pur sempre minori.
Si tratta della metà del genere umano che afferma che ogni problema la riguarda, e chiede di prendere parola su tutto. Il femminismo è questo”.
1
IL PRIVATO E’ POLITICO
Autorevolezza (perduta?)
Me la ricordo perfettamente, come se l’avessi appena vista, e ascoltata.
Solo, non so più il suo nome.
Ero a Verona, al Circolo della rosa, un centro femminista nel cuore storico della città. Siamo nel 1981: si trattava della seconda presentazione dell’appena uscito Parole per giovani donne – 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi. Avevo scritto il libro di getto, dopo aver girato l’Italia per intervistare alcune pensatrici e attiviste, quali Elena Gianini Belotti, Adriana Cavarero, Dacia Maraini, Anna Del Bo Boffino, Ida Magli, Silvia Vegetti Finzi.
E, per la prima volta, ero entrata in contatto con una tra le donne che mi hanno insegnato di più: Lidia Menapace, che del libro scrisse la postfazione.
La prima presentazione era stata a Genova, la mia città. Clima emozionante e vibrante, ma Verona era comunque il contatto con il pubblico fuori dal territorio conosciuto. Senza rete.
Avevo trent’anni, un primo figlio partorito a casa come avevo deciso, ero piena di aspettative, energie, progetti.
La ragazza, che sta in fondo alla sala, interviene subito dopo la mia prolusione, nella quale ho spiegato il perché del libro: il bisogno, per me trentenne, di fare il punto sulla percezione, da parte di donne adulte e potenzialmente madri o sorelle simboliche mie e delle mie coetanee, di cosa, quanto e come del femminismo fosse arrivato alla generazione successiva.
Come al solito, dopo la richiesta di interlocuzione da parte del pubblico c’è un momento di pausa.
Il silenzio dura poco; poi, dal fondo della sala, la voce della ragazza.
Mora, alta, molto bella, poco più che ventenne, si alza dalla seggiola e comincia.
»Io la vorrei ringraziare per il libro, e soprattutto per il suo impegno come femminista. Il lavoro politico delle donne più grandi ha consentito a me e alle ragazze della mia generazione di avere le libertà e le opportunità che voi non avevate. Però c’è un problema:quella che lei chiama ‘coscienza di sé, e autorevolezza.
L’essere consapevole come donna mi rende diversa, oggi, nel mio tempo, dal resto della mia generazione: con i ragazzi della mia età non so che dire e che fare, nel senso che loro sono così poco interessanti, così lontani da me che per trovare un essere umano dell’altro genere con il quale avere un contatto devo cercare tra gli uomini più vecchi, il che però genera altre difficoltà.
Con le ragazze della mia età mi sento una aliena, ho pochissimi o quasi nulli punti di contatto: loro guardano all’apparenza esterna, ai modelli della tv, al futuro con marito e figli. Quindi sono sola, mi sento sola. Come femminista sono una giovane donna sola. Il femminismo mi ha reso sola».
Quel ‘sola’, ripetuto tante volte, continua a riecheggiarmi nella mente, e mi ha accompagnato, da allora, come una traccia di retropensiero costante, inquietante.
Un monito in agguato, un piccolo artiglio annidato che a tratti riemerge, riapre ferite mai rimarginate, fa sanguinare e soffrire.
Che la verità renda libere, e che la coscienza di sé sia un guadagno straordinario e prezioso è una affermazione piena di valore etico, altisonante, rassicurante, uno sprone prodigioso. Ne sono sicura.
Ma è necessario spiegare alle generazioni successive che la libertà sprigionata dalla consapevolezza di sé ha dei costi e un prezzo. Alto, sempre, come ogni cosa preziosa.
Quello, per esempio, di separarti dalla carezzevole, riposante e adesiva protezione del branco, del clan, dei ruoli e della prigione preconfezionati e assegnati a seconda del tuo sesso.
Quello di porti al di fuori della protezione assegnata alle donne che non si ribellano, che si fanno portatrici obbedienti dei valori della tradizione. Si dimentica, o si tace consapevolmente, di dire che la libertà delle donne è scomoda, imprevista e mal vista, per motivi diversi sia dagli uomini che dalle donne stesse, combattuta sempre e nemica del successo e della coabitazione con il potere, a meno che non si tratti di libertà ceduta per cooptazione, per contratto a termine e in subordine alle regole da rispettare nei luoghi e nei ruoli che contano, senza metterli in discussione.
La giovane donna di Verona diceva questo, e segnalava già allora la crisi che stiamo vivendo in pieno a distanza di una generazione: lei stava sperimentando come l’uscita dalle regole e dal ‘destino’ a lei assegnato come femmina della specie umana avesse un prezzo salato, al quale aveva dato il nome di solitudine. Il prezzo dell’autorevolezza e della coscienza di sé come donna, come soggetto e non più come semplice femmina della specie umana era la solitudine.
Da quella volta, da quel rimbombo di isolamento, e dalla domanda senza risposta di quella ragazza sono trascorsi vent’anni.
Siamo all’oggi, al terzo millennio.
Il salto temporale è grande, eppure mi si ripropone nuovamente quel brivido, quella contrazione delle viscere attraverso un’altra voce di giovane donna.
Questa volta è bionda, altrettanto bella e intelligente. Si chiama Sara, è coetanea del mio figlio più grande, poco meno che ventenne, quello che era nel box quando giravo l’Italia a presentare Parole per giovani donne..
Sara qualche volta aiuta il mio figlio più piccolo nei compiti, ha livelli di eccellenza a scuola, è ancora indecisa se studiare legge e comunque, nonostante in casa sua non sia entrata né la politica della sinistra né il femminismo vuole, come dice lei con la serietà commovente della giovinezza «fare qualcosa per le donne».
In una pausa di questi pomeriggi scolastici le chiedo come sta, come va con la scuola, la madre, l’amore.
Quello che già so da vaghi e frettolosi accenni riportati da mio figlio è che l’ultimo fidanzato non c’è più. Nonostante Sara sia molto riservata mi ritrovo nel pieno di un fiume inarrestabile, il racconto è crudo ed essenziale.
«Guarda, ora va meglio, mi dice-. Ma mi sono salvata perché sono veloce. Tra le mie amiche sono l’unica che non ha preso botte, o peggio. Quello era pazzo, ad un certo punto ha provato a picchiarmi, ma sono riuscita a tirargli un calcio nelle palle, e sono scappata. Non mi vedrà più».
Balbetto esterrefatta qualcosa che suona come una reazione di raccapriccio.
Dal suo dire, che restituisce la normalità quotidiana, viene fuori un ritratto agghiacciante della realtà delle relazioni tra ragazze e ragazzi delle superiori e dei primi anni di università.
E’ cosa nota che ormai l’età dei primi rapporti sessuali è molto bassa; tutte le ricerche registrano che, nonostante il fantasma dell’aids e delle malattie veneree, permane ancora il tabù ignorante e pericoloso nello scegliere il profilattico («lo usano le prostitute» , oppure «per lui è scomodo», oppure «non è romantico»), e che le fonti principali per informarsi su sessualità e contraccezione non sono certo l’Aied, il Cemp o le inesistenti lezioni scolastiche bensì le serie tv in seconda serata, tra cui primeggia Nick e Tup, che in ogni puntata non manca di presentare una sessualità fatta solo di acrobazie ginniche patinate e prive di fascino, orge tristi e violente e, talvolta, anche stupri.
Ma quello che Sara racconta della sua vita e dell’esordio alla vita sessuale di una moltitudine di adolescenti è anche peggio, perché è esistenza vera, ed è il risultato della imitazione maldestra e violenta del modello mediatico, e non di trasmissione e di confronto con chi educa.
Di nuovo, assenza di parole da parte della generazione precedente. Non importa se madri, padri, insegnanti. C’è il silenzio, che genera solitudine.
«La maggior parte delle mie amiche ha subito almeno una forma di violenza sessuale da parte del fidanzato; non è mica una rarità che i primi rapporti spesso non siano consensuali ma forzati» aggiunge Sara.
Il fatto impressionante è che stiamo parlando di ragazze e ragazzi che non vivono nelle borgate, ai margini delle grandi megalopoli o delle periferie urbane disumane.
Il retroterra sociale e culturale di Sara è quello dei licei, classici e scientifici, delle famiglie borghesi di media-alta condizione economica, dove c’è una macchina grande per la vacanza estiva e le gite del week end e una utilitaria per lo shopping in città; dove spesso c’è un cellulare a testa (ultimo modello) per componente della famiglia e magari la tv in ogni stanza da letto; dove ci sono abiti firmati, la settimana bianca, la paga per la ricarica, la discoteca al sabato, e tutto questo sin dai dieci anni, se non prima.
Una enorme quantità assordante di cose ed oggetti, un assordante vuoto di relazione umana colmato dal denaro, quando c’è, fornito da genitori che di fatto stanno comprando il lusso di non educare la nuova generazione di figli e figlie, e quindi di non confliggere con nessuno.
L’inesistenza del conflitto, che se nominato, riconosciuto e gestito genera autorevolezza; l’assenza di una relazione che aiuti la crescita e l’autonomia come percorso da vivere per diventare adulte e adulti, sostituito dalla libertà di fare quello che si vuole perché lo si può pagare con il denaro genera questi mostruosi esseri che spesso abbiamo in casa, o in classe, o al lavoro.
Giovani donne che come unico orizzonte vagheggiano di andare in tv a fare le veline, o le letterine, o le vallette, e desiderano il marito calciatore, per lo più. O che magari progettano lo studio, e non escludono di prostituirsi per mantenersi la retta universitaria, o per comprare l’abito firmato.
Tutto ha un prezzo, nulla ha valore.
Giovani uomini che sognano un posto come ‘tronisti’, (devastante neologismo incarnato da creature ributtanti in continua proliferazione) e che pensano che i muscoli e l’abbronzatura bastino per conquistare una ragazza, i cui requisiti principali sono l’essere decorativa, stupida e accondiscendente. Se malauguratamente questa ragazza non sorride di continuo come nei rotocalchi e non dice sempre di sì allora, però, sono guai.
Quella da esibire come un trofeo non è una bambola, come promette la confezione, ma prima o poi si stanca, anche nel caso in cui sia davvero stupida e perfettamente, capricciosamente speculare al maschio al quale si accompagna.
Quindi si torna precipitosamente sulla terra, a doversi confrontare con la realtà delle persone in carne ed ossa, e non con immagini patinate. Il tonfo è doloroso, ma soprattutto evidenzia che non si è mai appreso come questo confronto tra esseri umani, tra gli uomini e le donne in carne ed ossa si possa svolgere, e quindi ecco l’unico modo possibile per porvi rimedio: l’insulto, le botte, la violenza.
Poco dopo il racconto di Sara sono stati pubblicati i dati, forniti dal Ministero degli Interni, relativi alle violenze sessuali contro le donne in Italia: con grande ed ipocrita sorpresa questo paese ha scoperto che il posto più pericoloso per una donna, fin dalla più tenera età, non è la strada, di notte e con poca luce, ma è casa sua.
Non solo la casa come luogo fisico, ma la casa come spazio simbolico della protezione, del riconoscimento, dell’affetto e della condivisione, è contaminata dalla violenza.
Mariti, ex mariti e conviventi, fidanzati, potenziali amanti e poi fratelli, padri, parenti stretti o alla lontana, ma comunque conoscenti di sesso maschile, non perfetti sconosciuti, sono gli attori principali della violenza contro le donne. Certo, ci sono anche gli estranei, italiani o stranieri a picchiare, stuprare e uccidere, ma non sono la maggioranza, non costituiscono la normalità degli aggressori, degli assassini. Non ci si può nascondere dietro la retorica dello straniero brutale e arretrato, e cercare tranquillità in questa semplificazione, purtroppo.
La notizia è che l’amore, se non uccide sempre, comunque può fare paura, incutere terrore, trasformarsi da sogno a incubo popolato di ferite fisiche e psicologiche fino all’annientamento della fiducia verso sé stessa, e verso l’altro.
Allora? Come si tengono insieme i due fatti, pur separati e lontani nel tempo, ossia la considerazione della sconosciuta poco più che ventenne degli anni ’80 sulla sua forza come soggetto di diritti, sulla sua autorevolezza scaturita dalla costruzione di coscienza di sé, ma anche sull’essere giovane donna sola in quanto femminista, e la condizione di Sara, appena diciottenne, che due decenni dopo testimonia una allarmante normalità di violenza, un silenzio femminile delle maggiori verso le minori consegnato alla rassegnazione e la conseguente reazione maschile aggressiva e dispregiativa?
Si tengono insieme, purtroppo.
Perché sono entrambi il risultato di una mancata, o parziale, trasmissione da parte delle donne più grandi, le artefici del cambiamento innescato dalla forza del primo femminismo, verso le figlie, le sorelle, di carne o no, poco importa.
Abbiamo seminato tanto, ma la maggior parte dei semi non ha germogliato o, se lo ha fatto, le piantine non sono poi cresciute fino a emergere nell’erba alta dell’indistinto.
L’autorevolezza femminile nello spazio pubblico (e il quello privato) latita. Non solo non è riconosciuta dal mondo maschile, ma anche tra le donne crea problemi, dove non si è costruito un vocabolario essenziale con il quale articolare e produrre pensiero e comunicazione su valori condivisi estranei all’omologazione o alla sottomissione al patriarcato.
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IL PRIVATO E’ POLITICO
Autorevolezza (perduta?)
Me la ricordo perfettamente, come se l’avessi appena vista, e ascoltata.
Solo, non so più il suo nome.
Ero a Verona, al Circolo della rosa, un centro femminista nel cuore storico della città. Siamo nel 1981: si trattava della seconda presentazione dell’appena uscito Parole per giovani donne – 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi. Avevo scritto il libro di getto, dopo aver girato l’Italia per intervistare alcune pensatrici e attiviste, quali Elena Gianini Belotti, Adriana Cavarero, Dacia Maraini, Anna Del Bo Boffino, Ida Magli, Silvia Vegetti Finzi.
E, per la prima volta, ero entrata in contatto con una tra le donne che mi hanno insegnato di più: Lidia Menapace, che del libro scrisse la postfazione.
La prima presentazione era stata a Genova, la mia città. Clima emozionante e vibrante, ma Verona era comunque il contatto con il pubblico fuori dal territorio conosciuto. Senza rete.
Avevo trent’anni, un primo figlio partorito a casa come avevo deciso, ero piena di aspettative, energie, progetti.
La ragazza, che sta in fondo alla sala, interviene subito dopo la mia prolusione, nella quale ho spiegato il perché del libro: il bisogno, per me trentenne, di fare il punto sulla percezione, da parte di donne adulte e potenzialmente madri o sorelle simboliche mie e delle mie coetanee, di cosa, quanto e come del femminismo fosse arrivato alla generazione successiva.
Come al solito, dopo la richiesta di interlocuzione da parte del pubblico c’è un momento di pausa.
Il silenzio dura poco; poi, dal fondo della sala, la voce della ragazza.
Mora, alta, molto bella, poco più che ventenne, si alza dalla seggiola e comincia.
»Io la vorrei ringraziare per il libro, e soprattutto per il suo impegno come femminista. Il lavoro politico delle donne più grandi ha consentito a me e alle ragazze della mia generazione di avere le libertà e le opportunità che voi non avevate. Però c’è un problema:quella che lei chiama ‘coscienza di sé, e autorevolezza.
L’essere consapevole come donna mi rende diversa, oggi, nel mio tempo, dal resto della mia generazione: con i ragazzi della mia età non so che dire e che fare, nel senso che loro sono così poco interessanti, così lontani da me che per trovare un essere umano dell’altro genere con il quale avere un contatto devo cercare tra gli uomini più vecchi, il che però genera altre difficoltà.
Con le ragazze della mia età mi sento una aliena, ho pochissimi o quasi nulli punti di contatto: loro guardano all’apparenza esterna, ai modelli della tv, al futuro con marito e figli. Quindi sono sola, mi sento sola. Come femminista sono una giovane donna sola. Il femminismo mi ha reso sola».
Quel ‘sola’, ripetuto tante volte, continua a riecheggiarmi nella mente, e mi ha accompagnato, da allora, come una traccia di retropensiero costante, inquietante.
Un monito in agguato, un piccolo artiglio annidato che a tratti riemerge, riapre ferite mai rimarginate, fa sanguinare e soffrire.
Che la verità renda libere, e che la coscienza di sé sia un guadagno straordinario e prezioso è una affermazione piena di valore etico, altisonante, rassicurante, uno sprone prodigioso. Ne sono sicura.
Ma è necessario spiegare alle generazioni successive che la libertà sprigionata dalla consapevolezza di sé ha dei costi e un prezzo. Alto, sempre, come ogni cosa preziosa.
Quello, per esempio, di separarti dalla carezzevole, riposante e adesiva protezione del branco, del clan, dei ruoli e della prigione preconfezionati e assegnati a seconda del tuo sesso.
Quello di porti al di fuori della protezione assegnata alle donne che non si ribellano, che si fanno portatrici obbedienti dei valori della tradizione. Si dimentica, o si tace consapevolmente, di dire che la libertà delle donne è scomoda, imprevista e mal vista, per motivi diversi sia dagli uomini che dalle donne stesse, combattuta sempre e nemica del successo e della coabitazione con il potere, a meno che non si tratti di libertà ceduta per cooptazione, per contratto a termine e in subordine alle regole da rispettare nei luoghi e nei ruoli che contano, senza metterli in discussione.
La giovane donna di Verona diceva questo, e segnalava già allora la crisi che stiamo vivendo in pieno a distanza di una generazione: lei stava sperimentando come l’uscita dalle regole e dal ‘destino’ a lei assegnato come femmina della specie umana avesse un prezzo salato, al quale aveva dato il nome di solitudine. Il prezzo dell’autorevolezza e della coscienza di sé come donna, come soggetto e non più come semplice femmina della specie umana era la solitudine.
Da quella volta, da quel rimbombo di isolamento, e dalla domanda senza risposta di quella ragazza sono trascorsi vent’anni.
Siamo all’oggi, al terzo millennio.
Il salto temporale è grande, eppure mi si ripropone nuovamente quel brivido, quella contrazione delle viscere attraverso un’altra voce di giovane donna.
Questa volta è bionda, altrettanto bella e intelligente. Si chiama Sara, è coetanea del mio figlio più grande, poco meno che ventenne, quello che era nel box quando giravo l’Italia a presentare Parole per giovani donne..
Sara qualche volta aiuta il mio figlio più piccolo nei compiti, ha livelli di eccellenza a scuola, è ancora indecisa se studiare legge e comunque, nonostante in casa sua non sia entrata né la politica della sinistra né il femminismo vuole, come dice lei con la serietà commovente della giovinezza «fare qualcosa per le donne».
In una pausa di questi pomeriggi scolastici le chiedo come sta, come va con la scuola, la madre, l’amore.
Quello che già so da vaghi e frettolosi accenni riportati da mio figlio è che l’ultimo fidanzato non c’è più. Nonostante Sara sia molto riservata mi ritrovo nel pieno di un fiume inarrestabile, il racconto è crudo ed essenziale.
«Guarda, ora va meglio, mi dice-. Ma mi sono salvata perché sono veloce. Tra le mie amiche sono l’unica che non ha preso botte, o peggio. Quello era pazzo, ad un certo punto ha provato a picchiarmi, ma sono riuscita a tirargli un calcio nelle palle, e sono scappata. Non mi vedrà più».
Balbetto esterrefatta qualcosa che suona come una reazione di raccapriccio.
Dal suo dire, che restituisce la normalità quotidiana, viene fuori un ritratto agghiacciante della realtà delle relazioni tra ragazze e ragazzi delle superiori e dei primi anni di università.
E’ cosa nota che ormai l’età dei primi rapporti sessuali è molto bassa; tutte le ricerche registrano che, nonostante il fantasma dell’aids e delle malattie veneree, permane ancora il tabù ignorante e pericoloso nello scegliere il profilattico («lo usano le prostitute» , oppure «per lui è scomodo», oppure «non è romantico»), e che le fonti principali per informarsi su sessualità e contraccezione non sono certo l’Aied, il Cemp o le inesistenti lezioni scolastiche bensì le serie tv in seconda serata, tra cui primeggia Nick e Tup, che in ogni puntata non manca di presentare una sessualità fatta solo di acrobazie ginniche patinate e prive di fascino, orge tristi e violente e, talvolta, anche stupri.
Ma quello che Sara racconta della sua vita e dell’esordio alla vita sessuale di una moltitudine di adolescenti è anche peggio, perché è esistenza vera, ed è il risultato della imitazione maldestra e violenta del modello mediatico, e non di trasmissione e di confronto con chi educa.
Di nuovo, assenza di parole da parte della generazione precedente. Non importa se madri, padri, insegnanti. C’è il silenzio, che genera solitudine.
«La maggior parte delle mie amiche ha subito almeno una forma di violenza sessuale da parte del fidanzato; non è mica una rarità che i primi rapporti spesso non siano consensuali ma forzati» aggiunge Sara.
Il fatto impressionante è che stiamo parlando di ragazze e ragazzi che non vivono nelle borgate, ai margini delle grandi megalopoli o delle periferie urbane disumane.
Il retroterra sociale e culturale di Sara è quello dei licei, classici e scientifici, delle famiglie borghesi di media-alta condizione economica, dove c’è una macchina grande per la vacanza estiva e le gite del week end e una utilitaria per lo shopping in città; dove spesso c’è un cellulare a testa (ultimo modello) per componente della famiglia e magari la tv in ogni stanza da letto; dove ci sono abiti firmati, la settimana bianca, la paga per la ricarica, la discoteca al sabato, e tutto questo sin dai dieci anni, se non prima.
Una enorme quantità assordante di cose ed oggetti, un assordante vuoto di relazione umana colmato dal denaro, quando c’è, fornito da genitori che di fatto stanno comprando il lusso di non educare la nuova generazione di figli e figlie, e quindi di non confliggere con nessuno.
L’inesistenza del conflitto, che se nominato, riconosciuto e gestito genera autorevolezza; l’assenza di una relazione che aiuti la crescita e l’autonomia come percorso da vivere per diventare adulte e adulti, sostituito dalla libertà di fare quello che si vuole perché lo si può pagare con il denaro genera questi mostruosi esseri che spesso abbiamo in casa, o in classe, o al lavoro.
Giovani donne che come unico orizzonte vagheggiano di andare in tv a fare le veline, o le letterine, o le vallette, e desiderano il marito calciatore, per lo più. O che magari progettano lo studio, e non escludono di prostituirsi per mantenersi la retta universitaria, o per comprare l’abito firmato.
Tutto ha un prezzo, nulla ha valore.
Giovani uomini che sognano un posto come ‘tronisti’, (devastante neologismo incarnato da creature ributtanti in continua proliferazione) e che pensano che i muscoli e l’abbronzatura bastino per conquistare una ragazza, i cui requisiti principali sono l’essere decorativa, stupida e accondiscendente. Se malauguratamente questa ragazza non sorride di continuo come nei rotocalchi e non dice sempre di sì allora, però, sono guai.
Quella da esibire come un trofeo non è una bambola, come promette la confezione, ma prima o poi si stanca, anche nel caso in cui sia davvero stupida e perfettamente, capricciosamente speculare al maschio al quale si accompagna.
Quindi si torna precipitosamente sulla terra, a doversi confrontare con la realtà delle persone in carne ed ossa, e non con immagini patinate. Il tonfo è doloroso, ma soprattutto evidenzia che non si è mai appreso come questo confronto tra esseri umani, tra gli uomini e le donne in carne ed ossa si possa svolgere, e quindi ecco l’unico modo possibile per porvi rimedio: l’insulto, le botte, la violenza.
Poco dopo il racconto di Sara sono stati pubblicati i dati, forniti dal Ministero degli Interni, relativi alle violenze sessuali contro le donne in Italia: con grande ed ipocrita sorpresa questo paese ha scoperto che il posto più pericoloso per una donna, fin dalla più tenera età, non è la strada, di notte e con poca luce, ma è casa sua.
Non solo la casa come luogo fisico, ma la casa come spazio simbolico della protezione, del riconoscimento, dell’affetto e della condivisione, è contaminata dalla violenza.
Mariti, ex mariti e conviventi, fidanzati, potenziali amanti e poi fratelli, padri, parenti stretti o alla lontana, ma comunque conoscenti di sesso maschile, non perfetti sconosciuti, sono gli attori principali della violenza contro le donne. Certo, ci sono anche gli estranei, italiani o stranieri a picchiare, stuprare e uccidere, ma non sono la maggioranza, non costituiscono la normalità degli aggressori, degli assassini. Non ci si può nascondere dietro la retorica dello straniero brutale e arretrato, e cercare tranquillità in questa semplificazione, purtroppo.
La notizia è che l’amore, se non uccide sempre, comunque può fare paura, incutere terrore, trasformarsi da sogno a incubo popolato di ferite fisiche e psicologiche fino all’annientamento della fiducia verso sé stessa, e verso l’altro.
Allora? Come si tengono insieme i due fatti, pur separati e lontani nel tempo, ossia la considerazione della sconosciuta poco più che ventenne degli anni ’80 sulla sua forza come soggetto di diritti, sulla sua autorevolezza scaturita dalla costruzione di coscienza di sé, ma anche sull’essere giovane donna sola in quanto femminista, e la condizione di Sara, appena diciottenne, che due decenni dopo testimonia una allarmante normalità di violenza, un silenzio femminile delle maggiori verso le minori consegnato alla rassegnazione e la conseguente reazione maschile aggressiva e dispregiativa?
Si tengono insieme, purtroppo.
Perché sono entrambi il risultato di una mancata, o parziale, trasmissione da parte delle donne più grandi, le artefici del cambiamento innescato dalla forza del primo femminismo, verso le figlie, le sorelle, di carne o no, poco importa.
Abbiamo seminato tanto, ma la maggior parte dei semi non ha germogliato o, se lo ha fatto, le piantine non sono poi cresciute fino a emergere nell’erba alta dell’indistinto.
L’autorevolezza femminile nello spazio pubblico (e il quello privato) latita. Non solo non è riconosciuta dal mondo maschile, ma anche tra le donne crea problemi, dove non si è costruito un vocabolario essenziale con il quale articolare e produrre pensiero e comunicazione su valori condivisi estranei all’omologazione o alla sottomissione al patriarcato1
IL PRIVATO E’ POLITICO
Autorevolezza (perduta?)
Me la ricordo perfettamente, come se l’avessi appena vista, e ascoltata.
Solo, non so più il suo nome.
Ero a Verona, al Circolo della rosa, un centro femminista nel cuore storico della città. Siamo nel 1981: si trattava della seconda presentazione dell’appena uscito Parole per giovani donne – 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi. Avevo scritto il libro di getto, dopo aver girato l’Italia per intervistare alcune pensatrici e attiviste, quali Elena Gianini Belotti, Adriana Cavarero, Dacia Maraini, Anna Del Bo Boffino, Ida Magli, Silvia Vegetti Finzi.
E, per la prima volta, ero entrata in contatto con una tra le donne che mi hanno insegnato di più: Lidia Menapace, che del libro scrisse la postfazione.
La prima presentazione era stata a Genova, la mia città. Clima emozionante e vibrante, ma Verona era comunque il contatto con il pubblico fuori dal territorio conosciuto. Senza rete.
Avevo trent’anni, un primo figlio partorito a casa come avevo deciso, ero piena di aspettative, energie, progetti.
La ragazza, che sta in fondo alla sala, interviene subito dopo la mia prolusione, nella quale ho spiegato il perché del libro: il bisogno, per me trentenne, di fare il punto sulla percezione, da parte di donne adulte e potenzialmente madri o sorelle simboliche mie e delle mie coetanee, di cosa, quanto e come del femminismo fosse arrivato alla generazione successiva.
Come al solito, dopo la richiesta di interlocuzione da parte del pubblico c’è un momento di pausa.
Il silenzio dura poco; poi, dal fondo della sala, la voce della ragazza.
Mora, alta, molto bella, poco più che ventenne, si alza dalla seggiola e comincia.
»Io la vorrei ringraziare per il libro, e soprattutto per il suo impegno come femminista. Il lavoro politico delle donne più grandi ha consentito a me e alle ragazze della mia generazione di avere le libertà e le opportunità che voi non avevate. Però c’è un problema:quella che lei chiama ‘coscienza di sé, e autorevolezza.
L’essere consapevole come donna mi rende diversa, oggi, nel mio tempo, dal resto della mia generazione: con i ragazzi della mia età non so che dire e che fare, nel senso che loro sono così poco interessanti, così lontani da me che per trovare un essere umano dell’altro genere con il quale avere un contatto devo cercare tra gli uomini più vecchi, il che però genera altre difficoltà.
Con le ragazze della mia età mi sento una aliena, ho pochissimi o quasi nulli punti di contatto: loro guardano all’apparenza esterna, ai modelli della tv, al futuro con marito e figli. Quindi sono sola, mi sento sola. Come femminista sono una giovane donna sola. Il femminismo mi ha reso sola».
Quel ‘sola’, ripetuto tante volte, continua a riecheggiarmi nella mente, e mi ha accompagnato, da allora, come una traccia di retropensiero costante, inquietante.
Un monito in agguato, un piccolo artiglio annidato che a tratti riemerge, riapre ferite mai rimarginate, fa sanguinare e soffrire.
Che la verità renda libere, e che la coscienza di sé sia un guadagno straordinario e prezioso è una affermazione piena di valore etico, altisonante, rassicurante, uno sprone prodigioso. Ne sono sicura.
Ma è necessario spiegare alle generazioni successive che la libertà sprigionata dalla consapevolezza di sé ha dei costi e un prezzo. Alto, sempre, come ogni cosa preziosa.
Quello, per esempio, di separarti dalla carezzevole, riposante e adesiva protezione del branco, del clan, dei ruoli e della prigione preconfezionati e assegnati a seconda del tuo sesso.
Quello di porti al di fuori della protezione assegnata alle donne che non si ribellano, che si fanno portatrici obbedienti dei valori della tradizione. Si dimentica, o si tace consapevolmente, di dire che la libertà delle donne è scomoda, imprevista e mal vista, per motivi diversi sia dagli uomini che dalle donne stesse, combattuta sempre e nemica del successo e della coabitazione con il potere, a meno che non si tratti di libertà ceduta per cooptazione, per contratto a termine e in subordine alle regole da rispettare nei luoghi e nei ruoli che contano, senza metterli in discussione.
La giovane donna di Verona diceva questo, e segnalava già allora la crisi che stiamo vivendo in pieno a distanza di una generazione: lei stava sperimentando come l’uscita dalle regole e dal ‘destino’ a lei assegnato come femmina della specie umana avesse un prezzo salato, al quale aveva dato il nome di solitudine. Il prezzo dell’autorevolezza e della coscienza di sé come donna, come soggetto e non più come semplice femmina della specie umana era la solitudine.
Da quella volta, da quel rimbombo di isolamento, e dalla domanda senza risposta di quella ragazza sono trascorsi vent’anni.
Siamo all’oggi, al terzo millennio.
Il salto temporale è grande, eppure mi si ripropone nuovamente quel brivido, quella contrazione delle viscere attraverso un’altra voce di giovane donna.
Questa volta è bionda, altrettanto bella e intelligente. Si chiama Sara, è coetanea del mio figlio più grande, poco meno che ventenne, quello che era nel box quando giravo l’Italia a presentare Parole per giovani donne..
Sara qualche volta aiuta il mio figlio più piccolo nei compiti, ha livelli di eccellenza a scuola, è ancora indecisa se studiare legge e comunque, nonostante in casa sua non sia entrata né la politica della sinistra né il femminismo vuole, come dice lei con la serietà commovente della giovinezza «fare qualcosa per le donne».
In una pausa di questi pomeriggi scolastici le chiedo come sta, come va con la scuola, la madre, l’amore.
Quello che già so da vaghi e frettolosi accenni riportati da mio figlio è che l’ultimo fidanzato non c’è più. Nonostante Sara sia molto riservata mi ritrovo nel pieno di un fiume inarrestabile, il racconto è crudo ed essenziale.
«Guarda, ora va meglio, mi dice-. Ma mi sono salvata perché sono veloce. Tra le mie amiche sono l’unica che non ha preso botte, o peggio. Quello era pazzo, ad un certo punto ha provato a picchiarmi, ma sono riuscita a tirargli un calcio nelle palle, e sono scappata. Non mi vedrà più».
Balbetto esterrefatta qualcosa che suona come una reazione di raccapriccio.
Dal suo dire, che restituisce la normalità quotidiana, viene fuori un ritratto agghiacciante della realtà delle relazioni tra ragazze e ragazzi delle superiori e dei primi anni di università.
E’ cosa nota che ormai l’età dei primi rapporti sessuali è molto bassa; tutte le ricerche registrano che, nonostante il fantasma dell’aids e delle malattie veneree, permane ancora il tabù ignorante e pericoloso nello scegliere il profilattico («lo usano le prostitute» , oppure «per lui è scomodo», oppure «non è romantico»), e che le fonti principali per informarsi su sessualità e contraccezione non sono certo l’Aied, il Cemp o le inesistenti lezioni scolastiche bensì le serie tv in seconda serata, tra cui primeggia Nick e Tup, che in ogni puntata non manca di presentare una sessualità fatta solo di acrobazie ginniche patinate e prive di fascino, orge tristi e violente e, talvolta, anche stupri.
Ma quello che Sara racconta della sua vita e dell’esordio alla vita sessuale di una moltitudine di adolescenti è anche peggio, perché è esistenza vera, ed è il risultato della imitazione maldestra e violenta del modello mediatico, e non di trasmissione e di confronto con chi educa.
Di nuovo, assenza di parole da parte della generazione precedente. Non importa se madri, padri, insegnanti. C’è il silenzio, che genera solitudine.
«La maggior parte delle mie amiche ha subito almeno una forma di violenza sessuale da parte del fidanzato; non è mica una rarità che i primi rapporti spesso non siano consensuali ma forzati» aggiunge Sara.
Il fatto impressionante è che stiamo parlando di ragazze e ragazzi che non vivono nelle borgate, ai margini delle grandi megalopoli o delle periferie urbane disumane.
Il retroterra sociale e culturale di Sara è quello dei licei, classici e scientifici, delle famiglie borghesi di media-alta condizione economica, dove c’è una macchina grande per la vacanza estiva e le gite del week end e una utilitaria per lo shopping in città; dove spesso c’è un cellulare a testa (ultimo modello) per componente della famiglia e magari la tv in ogni stanza da letto; dove ci sono abiti firmati, la settimana bianca, la paga per la ricarica, la discoteca al sabato, e tutto questo sin dai dieci anni, se non prima.
Una enorme quantità assordante di cose ed oggetti, un assordante vuoto di relazione umana colmato dal denaro, quando c’è, fornito da genitori che di fatto stanno comprando il lusso di non educare la nuova generazione di figli e figlie, e quindi di non confliggere con nessuno.
L’inesistenza del conflitto, che se nominato, riconosciuto e gestito genera autorevolezza; l’assenza di una relazione che aiuti la crescita e l’autonomia come percorso da vivere per diventare adulte e adulti, sostituito dalla libertà di fare quello che si vuole perché lo si può pagare con il denaro genera questi mostruosi esseri che spesso abbiamo in casa, o in classe, o al lavoro.
Giovani donne che come unico orizzonte vagheggiano di andare in tv a fare le veline, o le letterine, o le vallette, e desiderano il marito calciatore, per lo più. O che magari progettano lo studio, e non escludono di prostituirsi per mantenersi la retta universitaria, o per comprare l’abito firmato.
Tutto ha un prezzo, nulla ha valore.
Giovani uomini che sognano un posto come ‘tronisti’, (devastante neologismo incarnato da creature ributtanti in continua proliferazione) e che pensano che i muscoli e l’abbronzatura bastino per conquistare una ragazza, i cui requisiti principali sono l’essere decorativa, stupida e accondiscendente. Se malauguratamente questa ragazza non sorride di continuo come nei rotocalchi e non dice sempre di sì allora, però, sono guai.
Quella da esibire come un trofeo non è una bambola, come promette la confezione, ma prima o poi si stanca, anche nel caso in cui sia davvero stupida e perfettamente, capricciosamente speculare al maschio al quale si accompagna.
Quindi si torna precipitosamente sulla terra, a doversi confrontare con la realtà delle persone in carne ed ossa, e non con immagini patinate. Il tonfo è doloroso, ma soprattutto evidenzia che non si è mai appreso come questo confronto tra esseri umani, tra gli uomini e le donne in carne ed ossa si possa svolgere, e quindi ecco l’unico modo possibile per porvi rimedio: l’insulto, le botte, la violenza.
Poco dopo il racconto di Sara sono stati pubblicati i dati, forniti dal Ministero degli Interni, relativi alle violenze sessuali contro le donne in Italia: con grande ed ipocrita sorpresa questo paese ha scoperto che il posto più pericoloso per una donna, fin dalla più tenera età, non è la strada, di notte e con poca luce, ma è casa sua.
Non solo la casa come luogo fisico, ma la casa come spazio simbolico della protezione, del riconoscimento, dell’affetto e della condivisione, è contaminata dalla violenza.
Mariti, ex mariti e conviventi, fidanzati, potenziali amanti e poi fratelli, padri, parenti stretti o alla lontana, ma comunque conoscenti di sesso maschile, non perfetti sconosciuti, sono gli attori principali della violenza contro le donne. Certo, ci sono anche gli estranei, italiani o stranieri a picchiare, stuprare e uccidere, ma non sono la maggioranza, non costituiscono la normalità degli aggressori, degli assassini. Non ci si può nascondere dietro la retorica dello straniero brutale e arretrato, e cercare tranquillità in questa semplificazione, purtroppo.
La notizia è che l’amore, se non uccide sempre, comunque può fare paura, incutere terrore, trasformarsi da sogno a incubo popolato di ferite fisiche e psicologiche fino all’annientamento della fiducia verso sé stessa, e verso l’altro.
Allora? Come si tengono insieme i due fatti, pur separati e lontani nel tempo, ossia la considerazione della sconosciuta poco più che ventenne degli anni ’80 sulla sua forza come soggetto di diritti, sulla sua autorevolezza scaturita dalla costruzione di coscienza di sé, ma anche sull’essere giovane donna sola in quanto femminista, e la condizione di Sara, appena diciottenne, che due decenni dopo testimonia una allarmante normalità di violenza, un silenzio femminile delle maggiori verso le minori consegnato alla rassegnazione e la conseguente reazione maschile aggressiva e dispregiativa?
Si tengono insieme, purtroppo.
Perché sono entrambi il risultato di una mancata, o parziale, trasmissione da parte delle donne più grandi, le artefici del cambiamento innescato dalla forza del primo femminismo, verso le figlie, le sorelle, di carne o no, poco importa.
Abbiamo seminato tanto, ma la maggior parte dei semi non ha germogliato o, se lo ha fatto, le piantine non sono poi cresciute fino a emergere nell’erba alta dell’indistinto.
L’autorevolezza femminile nello spazio pubblico (e il quello privato) latita. Non solo non è riconosciuta dal mondo maschile, ma anche tra le donne crea problemi, dove non si è costruito un vocabolario essenziale con il quale articolare e produrre pensiero e comunicazione su valori condivisi estranei all’omologazione o alla sottomissione al patriarcato.