Monica Lanfranco
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Articoli su lavoro/lavori
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Sassi nell’acqua – appunti da una docenza su giovani, saperi e mondi lontani

di Monica Lanfranco

Non c’è come varcare la soglia delle scuole e delle università per misurare la temperatura della febbre da mancanza di questo paese. Mancanza di senso della società, del senso di comunità, del senso di condivisione, del senso della cultura.
E, per contro, non c’è come andare nelle scuole e nelle università per verificare la fatica, la capacità e la speranza di chi, (e ci sono ancora uomini e donne così), pensa che fare scuola a qualunque livello abbia un significato e un valore politico, valore  fondamentale non solo per l’istruzione in sé ma per la democrazia.
Parma, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di Teoria e tecnica dei nuovi media,  80 ore di lezione, valutato in 10 crediti (un complesso sistema che sa molto di partita doppia e che ancora non capisco).
Tutti i viaggi, quelli per le lezioni più gli esami e l’alloggio sono a mio carico, vado e vengo da Genova, per fortuna una coppia di amici mi offre un letto.
La retribuzione è di 2000 euro lordi (in tutto, non al mese) il primo anno, poi 3000 il secondo: se prendo solo treni regionali (e se non faccio più di un viaggio a/r a settimana, con lezioni di almeno 4 ore al giorno) riesco, a fine corso, a guadagnare  circa 1300 euro netti, forse 1500 nel secondo anno.
Fornisco la cifra perché è interessante capire come, (e quanto), nel ‘sistema’ Italia sia valutato, in termini economici, il lavoro di un anno di una persona con titoli, curriculum e pubblicazioni riconosciute per accreditarla a tenere un corso nel tempio del sapere nazionale: l’Università, appunto.
Consapevole che non si vive di solo pane, (nonostante quest’ultimo sia sempre più caro, e infatti quando posso impasto a casa), parto per questa avventura: da decenni mi sono familiari sia le scuole che le università così come le aule della formazione, ma è la prima volta che tengo un corso tutto mio all’Università.
Al primo incontro si presentano in circa 40, quasi tutte ragazze, età tra i 20 e i 24 anni. I ragazzi saranno sempre non oltre cinque o sei, in entrambi i corsi.
La classe resta interdetta dal mio approccio informale (non sono una docente classica, e mi accorgo che l’impostazione non cattedratica non è consueta qui, a partire dal fatto che non mi tengo lontana, ma cammino tra di loro, gesticolo, mi fermo a sollecitare interventi). Alcuni sguardi sono lievemente divertiti, altri decisamente non approvano; in tre si alzano e se ne vanno, ma l’emorragia si ferma lì.
Cerco di coinvolgerli in uno scambio, spezzando quella che mi pare una tacita richiesta di monologo unilaterale: domando aspettative e bisogni rispetto all’argomento del corso, ma a parlare sono pochissime.
La sensazione è che siano lì pronte a prendere appunti e basta, e che questa sia l’unica modalità alla quale sono abituate da anni nell’approccio al sapere.
Incredibile: in tv vedi orde di giovani che urlano e si insultano, piangono e ridono nei reality e nelle trasmissioni di intrattenimento. Qui, nella banale e noiosa vita reale, l’assenza di telecamere genera silenzio e afasia.
Per farmi coraggio mi dico che questo mutismo è fisiologico perché è la prima volta che ci vediamo, e mi pare una buona idea quella di provare ad attribuire per la prossima lezione un piccolo compito: oltre a leggere una pagina che ho tratto da Internazionale (un romanzo d’amore è stato interamente elaborato da un computer, l’idea è di una casa editrice russa che ha fatto scalpore) chiedo loro di stilare il diario personale di una giornata – tipo in relazione alle nuove tecnologie che usano.
Verrà fuori che la radio è obsoleta, che il pc (perennemente collegato alla rete) si contende il primato di fonte assoluta con la tv, che il cellulare è sempre acceso e che i giornali di carta sono un vago ricordo. La buona notizia è che l’approccio informale ha incuriosito, e la classe lievita fino a raggiungere la settantina di unità.
Una delle lezioni cade nel giorno dell’Earth Day: solo in due sanno del video che vediamo assieme,  Sei gradi, prodotto dal National Geografic in occasione della giornata mondiale della terra, alla quale ben quattro canali tv, tra cui Mtv, hanno dedicato almeno otto ore di programmazione); è un video duro, molto puntuale sugli effetti del cambiamento climatico, e quando si riaccendono le luci, la quasi totalità dice di sapere poco o nulla su questi argomenti. Buio totale sull’effetto serra. Lo stesso silenzio c’è dopo la visione di Mio Fratello Mini Vip , di Bruno Bozzetto (sconosciuto), un geniale cartone animato allegramente profetico sui guasti della società dei consumi. Quando cito alcuni nomi che hanno riflettuto sulla società di massa e del consumo, ovvero Pasolini, Umberto Eco, Vandana Shiva, Popper non si alza alcuna mano, nessuno sguardo di riconoscimento. Non sanno chi sono.
Ma chi, e cosa hanno insegnato fin qui gli adulti che hanno incontrato nelle varie peripezie scolastiche?
Qualcosa si muove, ma dolorosamente poco, quando propongo la visione del film collettivo Un altro mondo è possibile, realizzato da oltre venti registi italiani sul Public Forum e le manifestazioni organizzate dal Genoa Social forum dal 16 al 19 luglio 2001. Su questa proiezione, e i suoi effetti, vale la pena di soffermarsi.
Risultano ignoti Salvatores, Tognazzi, Archibugi, mai sentita nominare alcuna delle personalità che compaiono nel filmato (tra queste due premi Nobel, tra cui Nelson Mandela).
La miccia che accende un pò la prima vera discussione è il commento di una ragazza al film: “Non capisco come si possa cambiare il mondo con dei cortei, o delle canzoni. Questi manifestanti mi sembrano usciti dal secolo scorso, l’aria è quella della festa di paese.”
A quel commento, finalmente, partono le reazioni: una voce obietta che definire ‘festa di paese’ un evento come le giornate di Genova è offensivo per i contenuti che sono circolati, un’altra dice che le persone intervenute allora, a parte i blackbloc e la polizia violenta, erano lì per cambiare pacificamente il mondo.
Ma è una parola, già emersa nella debolissima discussione su Sei gradi  a farla da padrona: ormai.
L’avverbio arriva, micidiale, a delimitare con chiarezza l’orizzonte: nel caso dell’allarme ambientale, così come nell’aspirazione all’allargamento dei diritti e allo sdegno per le ingiustizie c’è una sola posizione condivisa. Ormai le cose stanno così, poco si può fare, nulla può cambiare davvero. Regna la rassegnazione.
Solo una ragazza, timidamente, esce fuori dal coro:” Ma se chi ci ha preceduto avesse pensato così non sarebbe cambiato mai niente, – dice –“. Già, ma è l’unica.
Poche lezioni dopo tento una discussione a partire da un altro articolo  di Internazionale contro l’invadenza della pubblicità su Facebook.
“Non capisco perché infastidirsi sulla pubblicità, – sostiene una allieva tra le più brillanti -. La pubblicità serve perché informa”.
Quando chiedo loro la differenza tra ‘informazione’ e ‘pubblicità’ stentano a trovarla e, ancora peggio, non ne afferrano l’importanza cruciale. Pur stando in Emilia non sanno che lì a due passi c’è una delle più grandi biblioteche europee delle donne, né che sul web una delle risorse più ricche e gratuite di materiali video autoprodotti è Arcoirs, che sta a Modena. In due anni di corso ho portato alla biblioteca di Bologna, a Modena ad Arcoiris e a Radio popolare di Milano oltre 100 studenti, e risulta che non sia consueto questo nomadismo culturale all’Università. Le buone notizie arrivano nel tempo, quando cominciano a fiorire gli elaborati che chiedo all’esame: accanto alla lettura dei testi ho invitato a produrre come meglio credono (on line, scritto, video, power point…) un prodotto sul loro rapporto di giovani donne e uomini con i media nel quotidiano. Grazie all’intreccio tra le letture consigliate, come la Storia naturale dei sensi di Ackermann,  Manifesto ciborg di Haraway passando per Desiderio e tecnologia di Stone in questi due anni ho visto fiorire alcuni piccoli capolavori: la maggior parte dei video o dei siti sono un mix di poesia postadolescenziale e di ironica autoreferenzialità e presto riuscirò a renderne disponibili la maggior parte on line. Con i tagli della Gelmini il terzo anno di corso è fortemente a rischio, ma non si sa mai. I libri che ho prestato, portati da casa perché alcuni sono introvabili persino nelle biblioteche, tornano indietro con gli odori delle loro stanze: ci sono sottolineature e segni nuove, che si aggiungono alle mie, quando ero studentessa, io che ora sono la proff. È strano, come quel fragile contatto mi appaia così intimo, e carico di attesa. La cultura e il sapere sono anche questo.

Pubblicato su Liberazione, Arcoiris, Il paese delle donne

Nel cassetto di una prof precaria

di Monica Lanfranco

Dici “reclutamento” e la mente corre all’esercito, oppure ai piazzali della Sala chiamata del porto per gli ingaggi sulle navi, o ancora alle prime luci dell’alba, quando i caporali decidono la sorte della giornata, e qualche volta della vita, di chi offre le braccia per il lavoro giornaliero nei campi.
Non si penserebbe ad accostare questa parola alla quieta e più intellettuale modalità di approccio al lavoro di chi insegna nella nostra scuola italiana. E invece no, esiste un reclutamento anche qui, e la vicenda è brutale. “Ogni settembre, a cominciare dal 2 o 3 del mese e circa fino al 10 ogni giorno, per oltre 8 ore, davanti ai Provveditorati agli studi si radunano decine di insegnanti, a volte centinaia. C’è chi ha i bambini piccoli e se li porta dietro, chi allatta, chi fa la maglia; miglior fortuna ce l’ha chi è nelle graduatorie permanenti, e quindi ha una sorta di chiamata privilegiata, riuscendo a brigarsi. Ma chi resta fuori da questa lista, e sono la maggioranza dell’esercito dei e delle precarie nella scuola, si mette in coda,  e aspetta. Quando, anche dopo ore di attesa, viene il suo turno, ha due, tre minuti al massimo per esaminare le cattedre che sono rimaste, calcolare in fretta, se hai fortuna, la destinazione meno lontana da casa e meno faticosa, e firmare. Questa cosa non la sanno spesso nemmeno gli insegnanti: in molti me lo hanno confessato, dopo che hanno visto il nostro video, e spesso la reazione è chiedersi come sia possibile che in un paese civile non si riesca a organizzare un altro modo di offrire lavoro a chi insegna”.
Le parole sono di una veterana della precarietà scolastica, Stefania Giannì, 38 anni, originaria di Catania, docente a Milano; nel 2000 comincia la sua trafila di precaria saltando da una cattedra all’altra, eterna supplente.  Ma la precarietà di Stefania non è solo causa di angoscia  e problemi: è infatti la molla che fa scattare la voglia di uscire dalla solitudine di una condizione difficile, condivisa con decine di migliaia di altre colleghe e colleghi. La porta verso l’esterno è la  passione per il video del suo compagno Davide Pernicano, regista e insegnante precario anche lui.
Insieme decidono di infrangere il silenzio e fanno della loro esperienza materia di un corto cinematografico.
Il titolo è “I fiori nel cassetto”, trenta minuti in tono semiserio che raccontano una delle tante  “emergenze” croniche italiane: l’impiego massiccio di insegnanti precari per colmare i vuoti di organico. La narrazione è veloce, a tratti ironica e scanzonata, dentro ci sono anche le vignette di Sara Migneco, il cui cartoon è stato inserito nella pellicola.  La stessa Stefania ne è protagonista, il suo anno scolastico dentro e fuori dalla scuola è il filo conduttore di una proposta di riflessione sulla condizione umana e professionale di una delle categorie più importanti per la società, quella appunto di chi si cura della formazione delle giovani generazioni, e dovrebbe certo godere di condizioni di lavoro migliori.
“Dal punto di vista economico è uno strazio,- racconta Stefania-; a giugno sei automaticamente licenziata, e per i tre mesi di ‘vacanza’ non hai diritto a nulla.
Puoi fare la richiesta di indennità di disoccupazione, ma solo in riferimento al precedente anno scolastico. Di solito ci aggiriamo sui 18 euro al giorno. Quest’anno ho fatto la domanda relativa al 2005 e mi sono vista arrivare 1500 euro per giugno, luglio e agosto: il calcolo è veloce, 500 euro al mese, esattamente quello che pago di affitto, e sono tra le più fortunate, visto che a Milano un affitto così è rarissimo.
Ma non c’è solo questo aspetto. Quello che ci premeva fare emergere è la condizione umanamente e professionalmente difficile di chi fa scuola nella precarietà.
Salti da una classe all’altra, all’inizio guardata con sospetto se non proprio con ostilità dalla classe, che ti vive come l’usurpatrice della titolare o comunque come quella con meno autorevolezza perché appunto ‘supplente’. Quando hai finalmente instaurato un rapporto più equilibrato e tutto tuo con i ragazzi e le ragazze ecco che è finita la supplenza, e di nuovo sei fuori.
Poi c’è la tipologia della supplenza: va tutto bene se la collega che sostituisci è assente per maternità: qui condividi con piacere il posto, si tratta di una assenza per un motivo lieto, ma quando invece si tratta di una malattia allora le cose cambiano. Purtroppo l’ultima volta ero in sostituzione di una collega gravemente malata, che poi è mancata. Il tuo vissuto personale, e quello della classe in questo caso è diverso, molto più triste e complesso. Per spiegarne solo un aspetto dirò che il giorno dopo la morte di questa sfortunata collega ho aperto il cassetto della cattedra e ho trovato un mazzo di fiori, che un’altra insegnante con scarso senso dell’opportunità vi aveva lasciato. Da qui il titolo del nostro video”.
Al sito www.fiorinelcassetto.com è possibile avere un primo assaggio del taglio di questa  autoproduzione video che vuole  parlare di precariato, dunque, ma anche della necessità di riflettere della condizione sociale e politica di chi fa scuola. La prima versione, presentata nel giugno 2006, è stata rimontata a novembre, e forse subirà un ulteriore aggiornamento: Stefania e Davide infatti hanno saputo da pochissimo di essere incinti di un maschietto, ed è probabile che questa novità entri dentro la prossima versione. Ci sarà qualcosa di importante da registrare e da festeggiare: da tre anni Davide è nella lista privilegiata, quella delle supplenze permanenti, e forse chissà che il 2007 porti, oltre alla nascita del piccolo, anche la buona novella del passaggio alla precarietà più morbida di Stefania, magari anche lei nelle ‘permanenti’.

Pubblicato su Marea

La lotta solitaria di Raffaella

di Monica Lanfranco

Una storia come tante, nell’Italia dell’operosa Lombardia industriale: Raffaella lavora in fabbrica, abita in un piccolo paese, è divorziata e con una figlia di undici anni.
La scuola della bambina è a circa venti chilometri dal posto di lavoro, i due nonni possono accudire la nipote nel pomeriggio ma non andarla a prendere. La pausa pranzo è l’unico momento per ritirarla dalla classe, e dall’inizio del 2006 l’azienda ha ridotto l’intervallo del pasto da un’ora a mezzora. Il tempo non basta, nemmeno se non c’è traffico si riesce a stare in quei maledetti 30 minuti tra partire, prendere la bimba, portarla dei nonni e tornare al lavoro senza accumulare ritardo.
L’azienda stigmatizza questi rientri tardivi, così la signora a gennaio firma un accordo nel quale accetta, sino alla fine dell’anno scolastico, di utilizzare i permessi e la riduzione dell’orario per continuare ad andare a prendere la figlia. A settembre, alla ripresa scolastica, il problema si ripresenta e la direzione comincia con una serie di lettere di contestazione e sanzioni disciplinari in crescita.
L’unico sindacato che fin qui è sensibile al problema, la FLMUniti-CUB, dichiara uno sciopero in appoggio alla lavoratrice: la direzione risponde con altre lettere di contestazione. Poi, a novembre, arriva il licenziamento.
L’azienda è la IPC divisione Faip di Vaiano Cremasco, in provincia di Crema, con 180 dipendenti. La ditta, che si occupa di produzione di macchine per pulizia, fa parte del gruppo Interpump, proprietaria di decine di aziende con oltre 2.000 lavoratori nel Nord Italia.
“Non sono mai ottimista nelle cause di lavoro, ma cullo la speranza che la signora possa essere reintegrata, – dice l’avvocata di Raffaella, Chiara Tomasetti – ; la misura del licenziamento è davvero grave socialmente e in questo caso non ci sono le condizioni che possano giustificare una rigidità così drastica: la lavoratrice, anche arrivando in ritardo, non nuoceva in alcun modo al ciclo produttivo aziendale; inoltre il ritardo avveniva nello spazio di tempo della pausa pranzo , universalmente riconosciuto come importante per chi lavora, almeno qui in Occidente: solitamente è proprio questo lo spazio nel quale molte donne con figli e figlie ‘sbrigano’ le faccende scolastiche o quelle relative alla cura delle persone anziane. Sembra che l’azienda stia applicando un sistema più in voga in altre zone del mondo, dove i ritmi di lavoro sono spesso inumani e incuranti delle priorità legate agli altri aspetti della vita delle persone. In oltre 7 anni di attività lavorativa di Raffaella mai prima ci sono state contestazioni sulla sua affidabilità. Inoltre il problema della signora esisteva solo per tre giorni alla settimana, visto che per gli altri era riuscita a organizzarsi”.
Qualcuno ha persino accusato Raffaella di essere ‘rigida’, perchè non ha spostato la figlia dalla scuola, visto che ne esiste una analoga in paese e quindi teoricamente più vicina. Ma si può costringere una persona, in questo caso una genitrice, a piegare ogni cosa della sua esistenza ai tempi della produzione? Sul caso si è attivata anche la Consigliera di parità della Provincia, che ha presentato un intervento adesivo a favore della lavoratrice.
“Questo è uno dei nodi più importanti della vicenda, – commenta Angelo Pedrini della segreteria nazionale di FLMUniti-CUB – : quando si perdono di vista le priorità ci sono danni a cascata per tutta la qualità di vita e di lavoro. La durezza delle condizioni in cui si lavora oggi spesso, e soprattutto dalle donne, è vissuta in solitudine: le lavoratrici, spesso le madri con figli e figlie piccoli, si ammalano, entrano in depressione, e questo malessere resta un fatto individuale e non diventa un problema sociale, quale invece è. Faccio un appello agli sindacati affinché questo caso non resti isolato, e ci aiuti tutti a dare una veste problematica e sociale al problema, che infatti sociale è: ovvio che la lavoratrice non ce l’ha con l’azienda ma non può essere messa davanti alla scelta tra il suo ruolo di genitrice e quello di lavoratrice. Finché non ragioniamo tutti sul progetto di conciliazione tra tempi di produzione e di riproduzione ci sarà una sola, spietata legge: fuori tu dentro un’altra. E questo è inaccettabile”.
In Italia, si chiede il sindacato in un volantino diffuso tra le lavoratrici, in fabbrica vale di più il rispetto della costituzione e il dovere di non abbandonare i minori, la responsabilità verso i figli o la produzione e l’ordine di servizio o l’accordo sindacale sul nuovo orario anche se l’azione della lavoratrice non procura nessun danno reale?
Il 9 gennaio 2007, alle  9 di mattina, il tribunale di  Crema ha celebrato l’udienza contro il licenziamento di Raffaella: fin qui nessuna novità, ma un verdetto nei prossimi mesi di reintegro potrebbe essere un segnale per quello che si annuncia come l’Anno europeo contro le discriminazioni. Vedremo.

Sulla storia di Raffaella potete vedere un video alla home page del sito di Marea www.mareonline.it

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